Qui racconterò le mie verità , le verità SUPPOSTE...        "E ho ancora la forza di scegliere parole, per gioco o per il gusto di potermi sfogare...Perchè, che piaccia o no, è capitato che sia quello che so fare..."
chi sono
Nome: Luca Scialò Ho 27 anni, di Napoli, laureato in Sociologia e sono un Operatore sociale.
Ho pubblicato sei libri (di cui troverete i relativi Banner su questo lato scorrendo il Blog, per eventualmente poterli acquistare):
1."Le stragi dimenticate" sul Terrorismo di estrema destra attivo in Italia tra gli anni '60 e gli anni '80; 2."Il crollo delle certezze", ossia una mia analisi sociologica sui processi che hanno caratterizzato l'approdo all'attuale società contemporanea; 3."Addio alle armi", analisi storica dei principali partiti di massa di destra e di sinistra, fino all'epilogo attuale. 4."All'Italia", raccolta di foto a monumenti o bellezze naturali scattate in giro per l'Italia tra il 2003 e il 2008. 5."Impressioni di Settembre", raccolta di riflessioni, freddure, aforismi, metafore, e poesie, su vari aspetti della vita, ma anche eventi storici o fenomeni sociali. 6."Il Capitalismo aveva vinto"Cronistoria del trionfo prima, ed il crollo poi, di un’ideologia che, dopo aver perso il suo principale avversario crollato sulle proprie gambe, il Comunismo, sembrava ormai destinata ad essere il modello dominante per i sistemi socio-economici e culturali del Mondo intero: il Capitalismo. Cresciuto tra il "comunismo rivoluzionario" di mio padre e la "morale cattolica" di mia madre, politicamente mi descrivo un estimatore del "socialismo europeo", ossia del modo laico-riformista di cambiare la società , con un occhio di riguardo verso i socialmente svantaggiati, senza cercare un "conflitto di classe" con i capitalisti o gli aristocratici, bensì un dialogo costruttivo; nè senza l'appiattimento dell'economia in chiave statalista.
Approfitto ancora una volta del mio spazio, per pubblicizzare una mia opera. Dopo aver pubblicato una raccolta fotografica dedicata all’Italia e una raccolta di pensieri sulla vita e la società, ritorno a pubblicare un libro trattante tematiche storico-politiche, in particolare, effettuando una cronistoria del trionfo prima, ed il crollo poi, di un’ideologia che, dopo aver perso il suo principale avversario crollato sulle proprie gambe, il Comunismo, sembrava ormai destinata ad essere il modello dominante per i sistemi socio-economici e culturali del Mondo intero: il Capitalismo.
Volendo fornire una rapida descrizione del tema del libro, si può dire che “il racconto” inizia a metà anni ’80: l’URSS, il primo e principale Paese che ha incarnato l’ideologia comunista, ha iniziato ad aprirsi al Mondo esterno ed avviare le prime timide riforme in chiave liberale; mentre negli USA, ossia il Paese che incarnava più degli altri l’indole Capitalista, che vede lo Stato quasi come un peso (basandosi su una tesi ottimista che vuole il mercato capace di regolarsi da sé, lasciando i capitalisti liberi di agire), aumentava la convinzione del proprio potere economico e militare; al punto da volerlo esportare anche ad altri Stati ritenuti arretrati, riuscendo anche a convincerne altri che quella fosse la strada giusta per svilupparsi. Vedi Cina e India.
La cavalcata del Capitalismo è così iniziata ufficialmente con la caduta del muro di Berlino del novembre ’89; evento che per molti storici segna convenzionalmente la fine del comunismo. E in effetti, analizzando tutto ciò che è successo a livello internazionale, si nota facilmente come gli USA fossero gli unici “arbitri” delle questioni mondiali, quasi per tutto il ventennio successivo.
Dopo di che, una catastrofica crisi finanziaria dovuta alla fragilità del sistema capitalista americano, che ad un certo punto ha visto inceppare il proprio motore oliato dal profitto, (basato su titoli “virtuali” senza alcuna consistenza economica), ha bloccato la spavalderia del Capitalismo, il quale, con la coda tra le gambe, ha addirittura chiesto aiuto al suo nemico storico dichiarato: lo Stato. Quest’ultimo è così chiamato a rimettere le cose “in ordine”, facendo sì che, come è già successo in altre occasioni (anche se non così palesi), le teorie dell’economista Keynes (fautore dell’importanza dello Stato nel sollecitare l’economia) battessero quelle del collega Smith (fautore del mercato che si regola mediante una mano invisibile).
Ecco che l’America, Paese liberista per eccellenza, finita l’epoca d’oro del capitalismo, deve ricredersi su molte idee: scarso controllo dello Stato sul mercato finanziario, la guerra preferita alla diplomazia, le politiche sociali affidate ai privati, lo sfruttamento illimitato delle risorse ambientali.
Certo, siamo solo agli inizi di questo cambiamento e la strada è ancora lunga. E chissà, forse un altro terremoto economico riporterà il Capitalismo ai fasti dell’ultimo ventennio. Ma dalle prime riforme e dichiarazioni d’intenti del Governo Obama insediatosi alla Casa Bianca da qualche mese, le premesse per un cambio di rotta ci sono tutte.
Il libro è così strutturato: nel I Capitolo, si parlerà del crollo dell’URSS e dei vari regimi comunisti dell’Est; nel II Capitolo, si tratterà delle varie operazioni militari capeggiate dagli americani dall’inizio anni ’90;nel III Capitolo, sarà affrontata l’adozione del Capitalismo come sistema socio-economico anche da parte di un Paese comunista qual è la Cina, o fortemente tradizionalista come l’India, o ancora, dello spostamento di alcuni stati ex comunisti sotto l’influenza americana; nel IV Capitolo, si parlerà di come funziona il sistema sanitario e scolastico americano; nel V Capitolo, infine, si affronterà la questione della crisi economica americana, e della conseguente crisi dei postulati del Capitalismo, con l’adottamento di misure prima quasi ritenute un tabù.
(dove troverete anche le prime pagine del libro, oltre appunto alle due possibilità di acquisto).
Chi fosse interessato alle altre 5 mie opere, troverà il banner da cliccare sul lato sinistro del Blog scorrendo in basso; dopo aver cliccato sarà condotto alla pagina dove vi è una descrizione dell’opera e la possibilità di acquistarla.
Il settimanale “L’espresso” li ha sgamati, ed è scoppiato il caso politico, anzi, direi istituzionale, visto che ne va della credibilità, già ai minimi storici, della Magistratura e di chi ci governa.
In una tiepida sera di maggio, si sono trovati a cena due giudici della Corte Costituzionale, Luigi Mazzella e Paolo Maria Napolitano, Berlusconi, il Guardasigilli Angelino Alfano, il sottosegretario Gianni Letta, i presidenti delle commissioni Affari costituzionali della Camera, Donato Bruno, e del Senato, Carlo Vizzini. Il tema della serata è una bozza di riforma costituzionale della giustizia, scritta dallo stesso Mazzella, che separa le carriere, sostituisce i pm con gli "avvocati dello Stato", cambia il Csm e la Consulta.
I più distratti forse non hanno capito ancora dove sta lo scandalo: il 6 ottobre due dei commensali, Luigi Mazzella e Paolo Maria Napolitano, di cui il primo era il padrone di casa, membri della Corte Costituzionale, dovranno cominciare a decidere sulla costituzionalità del lodo Alfano (quella legge che rende in processabili le 4 più alte cariche dello Stato), ma nel frattempo vanno a cena, "privatamente" a sentire il padrone di casa, con l'autore e insieme destinatario del medesimo scudo anti-processi.
Come ormai sempre accade, l’unico partito ad alzare la voce in Parlamento e a sottolineare il fattaccio, è l’Italia dei valori per bocca del suo leader Antonio Di Pietro (con Bondi che ha lasciato l’aula inorridito). E a lui, hanno fatto eco altri membri dell’IDV, tra cui l’europarlamentare De Magistris e il senatore Li Gotti.
Non fanno una piega, e anche questa non è una novità, il PD e l’UDC. Ovviamente il PdL invece corre in difesa del suo leader supremo, attraverso le dichiarazioni di Quagliariello e di “mavalà” Ghedini.
Inutile comunque, ancora una volta, la richiesta d’intervento da parte di Di Pietro rivolta al Presidente della Repubblica, poiché dalla Presidenza hanno già risposto che è sbagliato chiamarli in causa poiché un loro intervento lederebbe l'autonomia della Corte. D’altronde, non ci speravo tanto.
La Consulta invece è in subbuglio e prevale lo sconcerto per un incontro che ne pregiudica l'imparzialità in un momento delicatissimo. Ma Mazzella è apparso impassibile, e ha definito Berlusconi "un vecchio amico", col quale è normale avere degli incontri a cena, come del resto è amico personale di Bertinotti e di tante altre persone che vivono nel mondo della politica, anche di estrema sinistra.
La Corte Costituzionale comunque ha iniziato ad esporsi di più, e tramite una comunicazione, ovviamente anonima ha fatto sapere testuali parole, che lascio invariate, così da potervi far rendere conto della gravità della situazione nella quale vive la nostra pseudo-democrazia:
"La decisione sul lodo Alfano, com'è stata quella sul lodo Schifani, rappresenta un unicum. Abbiamo di fronte leggi del tutto particolari, che non sono astratte, che non riguardano migliaia di cittadini, ma uno solo. E a uno solo sono state applicate. Quell'uomo politico, quel presidente è Berlusconi. La decisione della corte perde la sua astrattezza, si cala inevitabilmente nel personaggio, ne decide la sorte politica, Può uno di noi, alla vigilia di questa decisione, andare a cena con quest'uomo? No, non può. E non è necessario che ciò sia scritto o vietato. Lo dice il buon senso comune. Se la nostra opzione dev'essere sopra le parti, come sarà, i comportamenti devono essere sterili, come se fossimo in sala operatoria". (Fonte: LaRepubblica).
Il calcio è una di quelle passioni che mi porto dentro da quando avevo 11 anni; ma come succede a tanti, con l’avanzare degli anni si è un po’ affievolita. Sarà perché cambiano gli interessi personali, ma soprattutto sarà perché il business che attanaglia il calcio autentico e genuino da quindici anni a questa parte, lo ha reso uno sport senza bandiere, con molti mercenari e sempre meno accessibile ai meno abbienti, con i costanti ed ingiustificati aumenti dei prezzi dei biglietti o degli abbonamenti degli stadi, e quelli che riguardano i diritti televisivi, i quali hanno, anno per anno, sottratto gradualmente la trasmissione degli eventi alle TV “in chiaro”, in favore di quelle “a pagamento”.
Proprio su questo secondo scandalo mi voglio soffermare; in particolare, sull’aumento mostruoso che sta riguardando Mediaset Premium. Ricordo che due anni fa, abbonarsi ad un pacchetto che offriva il Campionato italiano, la Champions League e il Mondiale per Club (ex Coppa intercontinentale), più qualche canale che trasmetteva film, serie tv e reality show, costava 129 euro. L’anno scorso ci fu un nuovo aumento, di 50 euro, con la scusa che all’offerta precedente, erano stati aggiunti molti altri canali che trasmettevano film in prima visione (o comunque classici) o serie Tv in prima visione. In realtà però, molto spesso si è trattato di film già trasmessi anni fa sulle reti Mediaset in chiaro, o di vere prime visioni trasmesse però con una ripetitività stancante. Morale della favola, si è trattato di quello che a Napoli chiamiamo “pacco”.
Quest’anno però, si sono superati, non nella qualità dell’offerta mi sa, ma nel prezzo che vogliono far pagare agli utenti. Infatti, acquistare il pacco (in tutti i sensi) Premium Calcio + film e serie TV (ovvero Premium Gallery), ci costerà ben 90 euro in più rispetto all’anno scorso (da 179 euro a 269), mentre per chi vorrà pagare “a rate”, c’è l’opzione “Easy pay”, che costerà 20 euro al mese, ossia 240 euro all’anno (un risparmio di 29 euro rispetto all’altra modalità). Insomma, un aumento di 140 euro in 2 anni, con la giustificazione, molto scarna, di trasmettere molti più film.
Ma chi usa Premium converrà con me che il segnale spesso è difettoso (spesso salta il quadro), i telecronisti e gli opinionisti non sono certo entusiasmanti, e i film spesso sono già stravisti, e, come detto, le fantomatiche “prime visioni” sono ripetute per mesi e mesi.
E poi c’è un altro fattore, riguardante il calcio in generale. Stando all’attuale stato dei club italiani, si può constatare come il nostro campionato si sia svalutato, vista la partenza (già avvenuta o possibile) di alcuni campioni, e il mancato rinforzamento dei principali club, anche in vista della Champions; oltre al fatto che altri club blasonati, come Roma e Lazio, non solo non si stanno rinforzando, ma addirittura rischiano di perdere i pochi campioni che gli sono rimasti. Insomma, mentre il calcio italiano si svaluta, c’è chi ha ben pensato di farci pagare molto di più per farcelo vedere.
Proprio ieri, il vicepresidente di Mediaset, Piersilvio Berlusconi (figlio di Silvio), nel corso della presentazione dei nuovi palinsesti d'autunno della TV digitale del Biscione, ha affermato con soddisfazione che l'azienda supererà ampiamente il tetto dei 500 milioni nel 2009 dopo i 400 registrati nel 2008, grazie all'esito positivo degli abbonamenti alla fine del primo semestre. Alla fine di giugno, infatti, i ricavi delle sole carte e degli abbonamenti evidenziavano una crescita del 85% rispetto al pari periodo del 2008, e ad oggi sono oltre 3,5 milioni le carte Premium attive. Includendo anche i ricavi dalla vendita di contenuti i ricavi di Mediaset Premium risultano icosì n crescita di circa il 70%.
Bene, e c'era bisogno di questo spaventoso aumento?!
Mi sa che l’anno prossimo, come molte altre persone, ritornerò a guardare lo storico “Novantesimo minuto”, che in realtà pure per qualche anno fu oscurato, dopo il ratto ideato dalla coppia Berlusconi-Galliani in favore di un imparagonabile “Controcampo” sulle reti Mediaset.
La Giunta regionale pugliese stava rappresentando una delle poche ultime solide e speranzose realtà per la coalizione di centro-sinistra, la quale ormai, elezione dopo elezione, sta perdendo tutte le fortezze elettorali storiche, come Emilia Romagna, Toscana, o più recenti, come la Campania. Ora invece è stata temporaneamente azzerata dal suo Presidente, per il possibile coinvolgimento di alcuni componenti nell’inchiesta su Gianpaolo Tarantini (l’imprenditore barese che portava le donne a Berlusconi per intenderci).
Eppure la vittoria di Nichi Vendola a Presidente della Regione Puglia nel 2005, rappresentò una sorpresa e un evento storico, in una terra storicamente orientata a destra, e forse ancora legata a certe arretrate idee “di genere”; egli vinse già una prima sfida difficile, battendo come candidato di Rifondazione comunista, le primarie interne all’Unione per sfidare alle elezioni, il candidato di centro-destra ora Ministro del Governo Berlusconi, Fitto.
Di ritorno da un viaggio istituzionale in Canada, Vendola ha sospeso il direttore generale della ASL, Lea Casentino, e come detto, ha azzerato l'intera Giunta regionale, affermando che vuole aprire un confronto con altre forze moderate esterne alla coalizione, quali IDV, UDC e il movimento meridionalista dell'ex Ministro di AN, Adriana Poli Bortone.
Il centro-sinistra quindi, dopo aver perso la Giunta regionale in Abruzzo e quella in Sardegna (in entrambi i casi scioltesi anzitempo), dopo aver perso una città toscana storicamente di sinistra quale Prato, dopo essere andata al ballottaggio in due altre storiche roccaforti come Bologna e Firenze, dopo aver perso la Provincia di Napoli e quasi sicuramente, quando ci saranno le elezioni, l’amministrazione del Comune di Napoli e della Regione Campania, rischia altresì seriamente di perdere anche la Giunta regionale in Puglia, conquistata con tanto sudore e sorpresa. La vittoria della coalizione di centro-sinistra a Bari ha rappresentato un’altra importante vittoria in terra di Puglia, ma a quanto pare potrebbe rivelarsi una “rondine che non fa primavera”.
Sarebbe comunque un peccato bruciare così un personaggio come Vendola, che forse tra tutti quelli che ci sono, sembra ancora riscuotere successo e simpatie a sinistra; soprattutto per la sua preparazione culturale che esteriorizza in ogni sua dichiarazione, e perché si dimostra nelle parole e nei fatti, molto più moderno e “avanti” rispetto ad altri che, quando si esprimono (e agiscono), pare leggano o recitino il Capitale di Marx (che per carità, reputo un’opera d’arte). Ogni riferimento a Ferrero è puramente voluto.
Un giovane di 23 anni (li avrebbe compiuti il prossimo 3 luglio), Nadir Gismondi, di Imperia, si è tolto la vita domenica scorsa di primo mattino (verso le 6), poiché è stato trovato di poco positivo al test dell’alcol (0,7 rispetto al limite di 0,5); non reggeva l’idea di aver perso la stima del padre e di rischiare il suo ingresso nei Vigili del fuoco, divisa tanto onorata dallo stesso padre (il quale è caporeparto della Caserma dove lavora e dove lo stesso Nadir sporadicamente faceva il volontario).
Sabato sera il giovane elettricista era uscito con gli amici per festeggiare la fine della convalescenza successiva ad un incidente col motorino di due settimane prima, nel quale aveva anche completamente distrutto il mezzo. Alle 5.30, a 150 metri da casa, lo hanno fermato i carabinieri per il test dell’alcol, e come detto Nadir ha superato il fatidico limite di 0.5 e i militari lo hanno invitato a farsi venire a prendere.
Il giovane disperato ha chiamato casa per avvisare i suoi dell’accaduto, e dopo pochi minuti è arrivato il padre infuriato, chiedendo ai carabinieri se il fattaccio avrebbe avuto conseguenze penali; il maresciallo però gli disse di stare tranquillo, che non c'era reato e sarebbe bastato il pagamento di una multa.
Nadir, però, convinto di aver perso la stima del genitore, s’incamminò verso casa entrando dalla porta secondaria sul retro (il padre gli aveva detto di andare a piedi per punizione). Poi un rumore “sordo”: i genitori di Nadir lo hanno trovato a terra con al fianco la Glock comprata dal figlio per fare tiro sportivo sul pavimento; il padre ha cercato di rianimarlo, ma è stato inutile: il giovane è morto all'ospedale di Imperia alle 10.
Sembra la trama di un film americano: un figlio che vuole intraprendere la strada di un padre “tutto d’un pezzo”, ma, per un minimo sgarro del codice stradale, si suicida perché teme di perdere la sua stima. Purtroppo però è la realtà, e quando ho appreso questa notizia mi sono rammaricato, poiché, se aggiunta a quella di adolescenti che si sono suicidati per una bocciatura o un insulto di compagni di scuola, capisco quanto la mia generazione e quelle successive, siano molto fragili, e si sconfortino e deprimano per questioni apparentemente “futili”; dico apparentemente perché, soprattutto in età adolescenziale, quelli che gli adulti vedono come problemini, per gli adolescenti sono guai grossi quanto una casa. Persone fragili ci sono sempre state, per carità; ma mi sembra che più si va avanti, e più la società diventa esasperata da certi valori e modelli, più la fragilità e la scarsa autostima sembrino diffondersi a macchia d’olio.
Ma io non sono tra i moralisti e i bacchettoni; e spero di non diventarlo invecchiando. Non è difficile bere un bicchiere in più quando si è in compagnia. E nel caso di Nadir, mi sa che si è trattato addirittura di un semplice sorso in più, beccato a soli 150 metri da casa sua. Il destino, a volte, è proprio crudele.
Non critico però l’attuale livello di tolleranza del tasso alcolico, che è passato dai precedenti 0,8 a 0,5 (i 0,8 sono concessi ora solo in Inghilterra, Irlanda e Svizzera). In realtà prima lo facevo, ritenendo, chi aveva ideato tale misura, una sorta di proibizionista. Forse perché a vararlo è stato un Governo di centro-destra e quindi la mia mente è stata guidata dal pregiudizio su certi temi. Ma informandomi meglio su come si calcola il tasso alcolico nel sangue, attraverso il test dell’alito, mi sono accorto che la tolleranza è comunque sufficiente, da permettere ad un giovane di bere sufficientemente senza ovviamente esagerare. O meglio, se vuole bere un po’ più del dovuto, basta che ci mangi abbastanza su, o che beva in un lasso di tempo più lunghi (ad esempio in un periodo di 4-5 ore). Certo, discorso diverso se vuole sballarsi. In quel caso non deve mettersi alla guida, altrimenti chiaramente mette in serio pericolo la propria e quella degli altri.
Navigando su internet ho finalmente trovato la famosa formula che sancisce il Tasso alcolico nel sangue, derivante dalla formula di Widmark:
Tasso = Quantità x Gradazione x NumeroFisso : Peso
Ovvero, occorre sapere:
- la quantità di bevanda alcolica bevuta (in millilitri, ml);
- la gradazione della bevanda alcolica bevuta;
- il peso della persona (in chilogrammi, kg).
- il Numero fisso è 0,0115 per gli uomini ed è 0,0130 per le donne.
Questo tasso è valido per un'ora dal momento in cui si inizia a bere, dopodiché il tasso diminuisce di 0,01 ogni 4 minuti, che equivale a 0,15 ogni ora.
Se ad esempio esco con amici per mangiare una pizza e bevo una Peroni in bottiglia da 0,66 cl (la comunissima bottiglia grande) che ha un tasso alcolico del 4,7%, pesando 80 kg, nella prima ora dalla sua consumazione avrò tasso alcolico nel sangue: 0,44, inferiore al limite di 0,5. Considerando che la birra va sorseggiata e l’ho accompagnata con un pasto abbondante, come una pizza, il tasso dopo un paio di ore che sono a tavola, sarà sicuramente inferiore a 0,44, se non dimezzato; infatti il cibo fa si che il processo di assorbimento dell’alcol nel sangue tenda a rallentarsi, quindi essere ancora meno presente in esso a livello valoriale. Per questo, anche bevendo da solo due comunissime bottiglie grandi da 0,66 cl in un paio di ore di cena, avrò comunque un tasso ai limiti della tollerabilità.
Ho riportato l’esempio di una cena comune tra amici, poi i casi possono essere vari, variando anche per sesso, peso, gradazione alcolica di cosa si beve, durata dei pasti. Certo, non dico di fare dei calcoli ogni volta che si esce di casa, anche perché sono il primo a non farlo; però un calcolo approssimativo “a mente” per chi deve mettersi alla guida, considerando ciò che si è bevuto, il sesso il proprio peso, ciò che si è mangiato, il tempo trascorso dall’ultima bevanda ingerita, potrebbe evitare dei problemi. Poi come detto, quando si è in compagnia è facile sgarrare, e figuriamoci se nell’ilarità tra amici ci si mette a fare calcoli.
Ma i casi estremi di guida in stato di ebbrezza sono intollerabili, quello sempre; e i casi di incidenti causati da guida in stato di ebrezza sono ancora troppo elevati, e ancora non bastano un codice della strada più severo e i controlli a tappeto.
Bernard Madoff, il finanziare di 71 anni autore di una delle più grandi truffe della storia, se non il principale responsabile della recessione economica attuale, è stato condannato a 150 anni di carcere, la massima pena possibile. Le somme da lui frodate ammontano a 65 miliardi di dollari (l'equivalente di circa 46 miliardi di euro).
Quella che il giudice Chin ha definito "un crimine straordinariamente diabolico", è iniziato nel 1995, quando Madoff (che era stato anche presidente del Nasdaq), aveva iniziato la sua attività privata promettendo tassi di interesse alti e sicuri (circa il 10%). Che puntualmente pagava, ma non perché il danaro venisse accortamente investito, ma soltanto perché arrivava danaro fresco dai nuovi clienti. E Madoff diventava sempre più ricco: se l'ammontare delle somme truffate è stimato in circa 65 miliardi di dollari, le cifre legate al suo impero economico ammontano a 171 miliardi di dollari.
Madoff, ovviamente perderà tutto: le ville (una a Palm Beach, un'altra in Florida, una da 13 milioni a Montauk, sulla punta di Long Island), gli yacht e i beni personali, che verranno messi all'asta nei prossimi giorni. La moglie, Ruth, 68 anni, rimarrà senza casa e dovrà vivere d'ora in poi con i 2,5 milioni di dollari che le sono stati assegnati dal tribunale.
L'avvocato del finanziere, Ira Sorkin, puntava a una pena mite, al massimo 12 anni, dal momento che il suo cliente aveva ampiamente collaborato alle indagini. Ma si aspettava il peggio, anche sulla base delle richieste dei tanti truffati che hanno preso la parola in tribunale; Una di loro, è scoppiata in lacrime dopo aver denunciato perdite per 5 milioni di dollari.
Pena esemplare insomma, che tanto invidio alla Giustizia americana. In Italia i truffatori e i riciclatori, si beccano, tra sconti vari ed eventuali, condanne massime di 5-6 anni, e magari diventano Presidente di Mediobanca (vedi Geronzi) o anche Presidente del Consiglio; chissà cosa ne pensano i tanti piccoli risparmiatori che non hanno più rivisto i propri soldi investiti.
Un tempo Napoli si distingueva per la solidarietà che c’era tra compaesani, pronti ad intervenire quando in strada qualcuno chiedeva aiuto, perché magari vittima di uno scippo, di un pestaggio o di un semplice capogiro.
A malincuore sto constatando, un po’ per quello che vedo tutti i giorni, un po’ per quello che leggo o sento dai media, che tale “core grande” dei napoletani si sta sgonfiando, come se l’individualismo ed egoismo imperante nell’attuale società occidentale stessero sfibrando il solido tessuto sociale partenopeo; sarà forse la crisi economica, sarà il basso senso di sicurezza che le istituzioni preposte all’ordine danno ai cittadini, sarà il pessimismo derivante dalla constatazione che negli ultimi trent’anni le cose qui a Napoli sono solo sostanzialmente peggiorate, o chissà cos’altro.
Mi hanno colpito infatti due notizie in particolare: una risalente a poco più di un mese fa (sera del 26 maggio) quando otto sicari in moto, contromano, in via Pignasecca, col volto coperto da casco integrale, sono entrati nella stazione della Cumana di Montesanto, sparando ad altezza d’uomo con delle mitragliette; il tutto rientrante nella faida di camorra tra i clan Sarno-Ricci ed i Mariano. Per errore hanno colpito ad una gamba e al torace Petru, un rumeno che come tanti per “tirare a campare” suonava la fisarmonica in strada e sui mezzi pubblici; il rumeno ha cercato riparo nella stazione, ed è caduto al suolo vicino ai tornelli gravemente ferito accompagnato dalla moglie; la quale urlava per la disperazione in cerca di aiuto, ma i passanti non si sono fermati, pensando solo a obliterare il biglietto e scappare. Solo dopo qualcuno ha chiamato col cellulare l’autoambulanza, ma Petru aveva perso ormai troppo sangue, morendo così a terra, vittima della Camorra e dell’indifferenza.
Ma non finisce qui. Maria Luisa, 26 anni, è stata aggredita la settimana scorsa nella notte tra domenica e lunedì, nella centralissima Piazza Bellini, sempre a Napoli, per difendere un amico gay da un gruppo di ragazzi (si presume comunque che non sia un atto razzista), nella totale indifferenza dei presenti. La ragazza, tra l’altro, ha rischiato di perdere la vista, e dovrà sottoporsi a un delicato intervento di ricostruzione dell’orbita dell’occhio sinistro.
Se nel primo caso l’intera scena tragica è stata ripresa dalle telecamere della video-sorveglianza posti nella stazione della Cumana di Montesanto, nel secondo caso proprio l’assenza di telecamere è vista dalla ragazza una grave mancanza, che non ha fatto altro che incentivare la delinquenza, proprio perché non appena i carabinieri hanno lasciato la Piazza, i delinquenti si sono avvinghiati sul povero malcapitato.
Due episodi troppo ravvicinati per non far arrivare alla conclusione che a Napoli, oltre alla già risaputa incapacità del Comune guidato dalla Iervolino nel mettere in campo una seria politica di sicurezza per i cittadini (con maggiori unità e telecamere), e all’ennesima riprova che i soldati messi in strada dal Governo Berlusconi siano solo propaganda e di fatto è cambiato ben poco, si sta perdendo come già detto all’inizio, quella solidarietà che tanto ci distingueva dal resto d’Italia.
E se ci priviamo da soli di questo, visto che lor signori ci hanno già privato del mare, e visto che anche il sole sembra non battere più come prima lasciando spazio alle piogge (a parte delle pause di breve e media durata, qui sta piovendo da novembre), e visto che spesso i nostri monumenti sono trascurati e mortificati nella loro grandiosità, non so davvero a noi napoletani cosa ci rimane. Forse solo la pizza e il caffè. Magra consolazione.
Non vorrei trasformare questo Blog in un necrologio, ma non si può non dedicare un post alla scomparsa di colui che è stato definito il “Re del Pop”: Michael Jackson.
Si è spento ieri nella sua casa di Los Angeles, in seguito ad un infarto che ha reso vano ogni tentativo di rianimarlo. Avrebbe compiuto 51 anni il prossimo 29 agosto.
Su di lui sono girate le voci più variopinte, strambe, nonché accuse gravi, sulle quali però l’opinione pubblica si è sempre divisa tra la loro vera o finta veridicità, e la stessa giustizia non ha mai fatto pienamente chiarezza. Tra le accuse più grave rivoltegli, quella di aver abusato di minorenni che ospitava nella sua casa dove aveva adibito un Parco giochi per bambini poveri o malati terminali. Accuse dalle quali fu assolto.
Ma oltre ai guai giudiziari, bisogna anche aggiungere le notizie riguardanti vari problemi di salute, quasi tutte smentite. Ultima, quella di un presunto tumore alla pelle.
Credo che però Michael vada ricordato per il suo talento, per quello che c’ha lasciato, avendo iniziato molto presto nelle fila dei “The Jackson five” con i quale incise il primo lavoro discografico nel 1968 (a soli 10 anni), iniziando poi una carriera da solista ad inizio anni ’70, fino al grande successo del singolo (inserito nell’omonimo album) “Thriller” del 1982 , che lo rese celebre in tutto il Mondo, grazie anche ad un video molto suggestivo. Poi altri successi successivi, aiutati anche da video sempre all’avanguardia (vari sono infatti anche i DVD che ha prodotto). Ultimo lavoro discografico “Invincibile” del 2001, mentre negli anni successivi si è chiuso a vita privata, lasciando adito a notizie spesso false e come detto anche ridicole. Fino all’annuncio di una serie di concerti per il prossimo luglio; e proprio l’ansia e lo stress per la preparazione di questi che, secondo le prime voci che stanno trapelando sulle cause della sua morte, gli avrebbero causato un infarto.
In realtà, come sempre è accaduto nella sua vita, anche nelle ore immediatamente successive (e presumo anche nei mesi successivi) alla morte, sono trapelate varie voci, tra cui una sorta di “eutanasia” praticatagli dai familiari per aiutarlo a morire, o un errore da parte dei medici che gli avrebbero somministrato in modo eccessivo degli antidolorifici.
Molte persone di colore lo stimano e apprezzano per averli rappresentati in tutto il Mondo, sebbene egli abbia preferito, col crescere del successo, schiarire la propria pelle; come se quel colore nero fosse un freno al suo successo o un imbruttimento al suo armonioso aspetto estetico. Ma a parte ciò, “Jacko” è stato anche un uomo molto generoso, con molti atti di beneficenza a destra e manca.
Purtroppo, come spesso accade per chi proviene da umili o modeste origini, Michael Jackson molto probabilmente, non è riuscito a gestire il radicale passaggio dall’essere sconosciuto e ai margini della società, al diventare una stella del Pop Mondiale; un passaggio che ti comporta anche l’essere invidiato, l’essere abbandonato da molti amici per gelosie latenti, l’essere accusato anche delle cose più ridicoli, se non gravi, l’avere persone al tuo fianco non sapendo mai se lo fanno per interesse o sentimenti autentici.
Ma se c’è una cosa che a Michael non potranno mai cancellare o mettere in discussione, quello è il suo talento, esteriorizzato mediante l’armonioso danzare del suo corpo, una voce soave e delicata, ma graffiante quando occorreva, la capacità di scrivere testi allegri ed ironici ma anche testi seri e toccanti (vedi “We are the World”, singolo scritto insieme a Lionel Richie, che servì a raccogliere fondi di beneficenza contro la fame nell'Africa Orientale, con la partecipazione di molti artisti di fama dell’epoca).
Goodbye Moonwalker! Re del Pop da molti imitato, in modo inutile e a volte davvero ridicolo.
Si è spento mercoledì scorso, all’età di 99 anni (ne avrebbe compiuti 100 il prossimo 16 novembre),l'ex senatore e dirigente del PCI, Maurizio Valenzi. Si è spento nella clinica "Villa dei Fiori" a Napoli, dove era stato trasferito da circa un mese per un aggravamento delle sue condizioni.
E’ stato Sindaco di Napoli dal 1975 al 1983, in una Napoli non ancora falcidiata palesemente dalla Camorra o dalla disoccupazione, ma sicuramente interessata, come il resto d’Italia, dal terrorismo dell’estremismo politico degli “anni di piombo”. Rappresentante, aggiungo, di una classe politica non ancora spudoratamente avvinghiata sui beni pubblici per propri calcoli politici.
Nato a Tunisi da una famiglia di origine livornese, Valenzi aveva cominciato l'attività come pittore a Roma e Parigi. Poi l'adesione al partito comunista da giovane, con le inevitabili persecuzioni e il processo che c’ho comportò (nel novembre '41, per "attentato alla sicurezza dello Stato"). Dopo la guerra divenne dirigente della federazione del PCI, e divenne senatore dal 1958 al 1968 (3 legislature), fino a diventare, come detto, Sindaco di Napoli nel 1975. Era molto amico di Napolitano (ovviamente soprattutto per l’avventura politica condivisa insieme).
Proprio qualche mese fa, è stata pubblicata una sua biografia curata da una dei due figli di Valenzi, Lucia, dal titolo "Italiani e antifascisti in Tunisia negli anni Trenta".
Molti politici e giornalisti di “vecchio corso” lo ricordano come un uomo tutto d’un pezzo, coerente con le proprie idee ma al contempo leale con gli avversari. Insomma con Valenzi se ne va un pezzo di storia del PCI, quel PCI antifascista e democratico che ha di fatto, collaborato per la stesura della nostra attuale Costituzione. E se ne va, a livello locale, una sinistra molto lontana da quella che ci governa oggi, con personaggi talmente radicati alle poltrone da non essere rimossi nemmeno da scandali giudiziari che li riguardano direttamente, o che comunque riguardano uomini delle Giunte di cui loro sono i principali rappresentanti. I quali però, sono irrimediabilmente bocciati alle elezioni, consegnando di volta in volta, la gestione del territorio alla controparte di centro-destra (ogni riferimento a Bassolino e Jervolino è puramente voluto).
Chissà quanti uomini politici, quelli della mia generazione, ricorderanno con rammarico e stima quando questi verranno a mancare, magari per essersi distinti per qualcosa. La vedo veramente dura.
Arrivederci Valenzi; e chissà che la sua fine non sia un presagio per la sinistra napoletana e campana.
Ogni anno di questi tempi, con l’arrivo dell’estate (o già di qualche bella giornata primaverile), come tanti italiani, mi vien voglia di andare al mare, scegliendo spesso la comodità dei litorali vicino casa, per evitare ore di auto, e peggio ancora, di traffico. Il tutto nella consapevolezza che il mare è inquinato, e che, anno dopo anno, diventa sempre più difficile continuare a chiamarlo tale, soprattutto dalle mie parti, abitando nell’area a Nord di Napoli. Ed ogni anno si apre una ferita, guardando lo stato delle acque, nonché del mancato sviluppo turistico di una costa che si estende per Kilometri e Kilometri senza avere adeguate catene alberghiere o locali decenti (come ad esempio in Romagna, dove a sopperire la presenza di un mare non cristallino, vi è comunque un’organizzazione turistica convincente ed economicamente conveniente).
Quest’anno poi ho deciso di farmi più male del solito, ovvero informandomi sullo stato della balneabilità delle nostre coste campane analizzando i dati proposti dalla Regione Campania di inizio anno corrente, scoprendo di fatto, che grosso modo una metà di esse (da Caserta a Napoli) è quasi completamente non balnenabile.
Ad aggiungersi alla lunga lista di località sopraffatte dalla cattiva gestione dei depuratori, ci sono anche zone quali Monte di Procida, in seguito all’ordinanza di questi giorni del sindaco Franco Iannuzzi, dopo che i lavoratori hanno bloccato il depuratore di Cuma, esasperati dai continui ritardi nel pagamento dello stipendio. Un blocco che ha provocato disastri ambientali anche in quel di Giugliano (soprattutto Licola) e Pozzuoli (soprattutto Bacoli), zone di forte attrazione turistica ma anche dove si esercita ancora attività di pesca. Bacoli, tra l’altro è un’area colma di storia, tanto da costituire, una delle principali mete turistiche degli aristrocratici romani ai tempi dell’Impero romano (si contano infatti decine di ville, acquedotti, templi, terme, anfiteatri e intere porzioni di città rimaste sott’acqua, a causa del forte bradisismo che caratterizza il territorio), e dove ancora oggi si possono apprezzare i resti dell’antica colonia greca di Cuma.
Oggi lì cosa rimane? Bacoli è uno degli otto comuni campani con il più alto tasso di mortalità per tumore, oggetto di uno studio scientifico da parte di oncologi degli ospedali Cardarelli e Pascale di Napoli, e dove la vivibilità è messa a dura prova da uno scempio edilizio pazzesco e da un sistema viario indecente.
Non che prima la situazione della costa dell’area casertana e napoletana fosse migliore. Tant’è che lo scandalo relativo ai depuratori è stato oggetto di un’inchiesta anche di Striscia la notizia.
L’impianto di depurazione di Cuma, che dovrebbe depurare le acque fognarie nell’area a Nord di Napoli, non funziona, e quindi l’acqua inquinata finisce nel mare; inquinata non solo dalle normali fogne, ma ovviamente anche dagli scarichi industriali altamente tossici. Di fatto, su 7 eliche che dovrebbero aspirare le acque inquinate per avviarle al trattamento di purificazione, ne funzionano solo 2; anche altre attrezzature dedite alla pulizia delle acque non funzionano, o funzionano parzialmente. Ed ecco che, nelle vasche raccoglitrici dell’acqua trattata, anziché trovarsi acqua limpida pronta per finire in mare, galleggia acqua melmosa.
La Hydrogest, società che gestisce 5 depuratori ad Acerra, Cuma, Napoli Nord, Villa Literno e Marcianise, si lamenta dei mancati sovvenzionamenti che gli spetterebbero da parte della Regione Campania; cifra che ammonterebbe a 65 milioni di euro di credito, da utilizzare per pagare gli stipendi arretrati, la manutenzione e i lavori di adeguamento dei depuratori. La Hydrogest ha vinto la gara d’appalto nel 2003, ma ha iniziato effettivamente ad operare solo nel 2005, quando cioè il TAR ne ha confermato la vittoria valutando il ricorso delle altre concorrenti; da un articolo del Corriere del Mezzogiorno apprendo però che il Presidente della società è un certo Enzo Papi, già top manager della Cogefar Impresit, arrestato da Di Pietro durante Tangentopoli nel ’92 per corruzione e finanziamento illecito dei partiti. Insomma siamo al solito giochino italiano, di far ricomparire mariuoli del passato e metterli in posti di comando dove è possibile mangiarsi denaro pubblico e scendere a patti con politici locali (vedi anche i casi clamorosi dell’imprenditore Romeo, sempre nel napoletano, o addirittura della punta dell’iceberg di Tangentopoli, il milanese Mario Chiesa).
E siamo anche al solito problema dell’economia mista italiana, dove lo Stato delega i privati nel gestire beni e servizi di dominio pubblico, andandoci anch’esso a guadagnare, non facendo altro che il favore di qualche imprenditore di turno, a danno ovviamente dei cittadini.
Ma oltre al solito problema delle truffe Made in Italy, dietro questo scandalo ecologico credo che ci sia ovviamente anche l’interesse della Camorra, che gestendo la balneabilità o meno delle acque, ci va a guadagnare in 3 modi:
1)Permettendo agli imprenditori locali e di altre zone d’Italia, dietro cospicue mazzette, di sbarazzarsi, sversandoli in mare, dei fastidiosi rifiuti tossici prodotti dalle loro aziende o fabbriche.
2)Avviando lidi turistici dove sono presenti piscine e divertimenti, che attraggono sempre più cittadini impossibilitati di recarsi al mare. E ciò spiegherebbe sia il loro interesse affinché le acque marine restino inquinate e inaccessibili, e sia il proliferarsi di lidi del genere paradossalmente proprio vicino alla costa.
3)Gestendo i lidi che accedono al mare, mantenendo alti i prezzi degli ombrelloni, dei lettini e del parcheggio (ricordo l’anno scorso 6 euro per un lettino e 4 per un ombrellone, malgrado un mare da evitare).
Guardando la cartina delle spiagge campane accessibili, pare che, a parte le 3 principali isole (Capri, Ischia e Procida) il cui mare però personalmente non ho trovato così cristallino, le uniche coste ad esserlo ancora siano quelle del salernitano, partendo da Vietri sul Mare in poi procedendo verso la Calabria. Anche se, non bisogna sottovalutare l’inquinamento prodotto dagli scarichi degli impianti industriali prodotti in quel di Battipaglia, che interesserebbero così anche zone quali Paestum o Capaccio.
Legambiente Campania, attraverso la relazione “Modelli di Governo della risorsa”, mediante il proprio settore scientifico curato dal dottor Giancarlo Chiavazzo, si è così pronunciata su questo disastro ambientale:
Il primo fattore che attenta alla salute dei corsi d’acqua e del mare campani, è la mancata depurazione dei reflui prodotti dalle attività umane: non è infatti imprudente stimare intorno al 50% la carenza depurativa regionale, o anzi, secondo alcuni addetti ai lavori, a livelli ancora più scadenti.
Infatti, sebbene nel complesso i “numeri”, intesi come capacità depurativa potenziale (misurata in Abitanti Equivalenti - AE), appaiano relativamente confortanti, basta entrare nel merito per rilevare un drastico ridimensionamento della reale capacità depurativa dovuto al fatto che tra i diversi sistemi depurativi esistenti variano notevolmente:
- i livelli di copertura del servizio, cioè la quota parte (%) sul totale di AE asserviti per area di riferimento, determinati dalla relativa efficienza di raccolta dei reflui attraverso le reti fognarie e di collettamento e di trattamento in impianti di depurazione. Quindi criticità derivanti dalla mancanza delle infrastrutture depurative;
- i livelli di depurazione (grado di rimozione dell’inquinamento), ricomprendendosi nei (suddetti) “numeri” sia le tipologie di impianti in grado di consentire un trattamento spinto dei liquami (fino al terziario), cioè in grado di rilasciare effluenti a norma di legge, che le tipologie consistenti essenzialmente in trattamenti preliminari (primari - finanche semplici vasche Imhoff), assolutamente inidonee a rilasciare effluenti a norma di legge. Quindi criticità determinate dalla inadeguatezza strutturale degli impianti;
- l’ adeguatezza gestionale, in quanto è noto che la presenza di strutture operative di gestione di idonea consistenza e competenza sia in generale prerogativa degli impianti di dimensioni maggiori (dell’ordine delle centinaia di migliaia di AE, quelli che in zone densamente abitate possono sfruttare i vantaggi delle cosiddette “economie di scala”1).
Quindi criticità determinate dalla cattiva gestione. Occorre tuttavia notare che, paradossalmente, proprio la costa nord occidentale della Campania, appartenente alle province di Napoli e Caserta ed in particolare la fascia che va da Napoli a Castel Volturno, in corrispondenza della quale risulta maggiore e notevole la consistenza degli impianti di depurazione al servizio del territorio sotteso (i sette grandi impianti afferenti all’ex Ambito Territoriale Ottimale 2 Napoli Volturno presentano una potenzialità di oltre 6.000.000 di AE a fronte di una popolazione residente paria a 2.751.930 unità - ISTAT 2001, presenta le percentuali maggiori di tratti non balneabili a causa dell’inquinamento.
In ogni modo, la problematica generale va ricondotta al cosiddetto Servizio Idrico Integrato (SII):
la modalità strategica di approccio al settore del “Ciclo delle Acque” sancita dalla Legge Galli (L.36/94), la cui attuazione sconta, purtroppo, un forte ritardo.
Il principio fondante e qualificante del SII sta nell’aver rimediato all’inadeguatezza degli approcci del passato improntati ad un governo frammentato del settore (attuato su base locale/comunale e per tipologia di servizi): infatti i caratteri funzionali sistemici che connotano il SII, prescindendo dai limiti amministrativi comunali, richiedono quasi sempre infrastrutture depurative che operino a servizio di più comuni (quindi a carattere consortile), e che, insieme ai sistemi di fornitura delle acque, rispondano ad una regia unica di area vasta (l’Ambito Territoriale Ottimale - ATO). Gli Enti d’Ambito Territoriale Ottimale ex L. 36/94 (organi pubblici strumentali costituiti dall’insieme degli Enti locali - comuni e province - dell’area vasta di riferimento riuniti in consorzio obbligatorio) sono quindi i soggetti chiamati a governare con organicità ed unitarietà il Servizio Idrico (affinché sia) Integrato. In Campania al 2006 risultavano istituiti quattro Enti d’ATO: “n.1 Calore Irpino”, “n. 2 Napoli Volturno”, “n.3 Sarnese Vesuviano” e “n. 4 Sele”.
Ad oggi, tuttavia, nonostante detti Enti debbano occuparsi dell’utilizzo di ingenti risorse finanziarie finanche dell’ordine di quelle dei POR, e della attuazione di processi notevolmente complessi non hanno ancora strutturazioni ed organici adeguati che consentano di svolgere le funzioni, proprie, di indirizzo e controllo. Enti deboli tanto da affidarsi al “buon cuore” dei rispettivi Gestori per l’espletamento di funzioni proprie.
D’altra parte, anche nel settore idrico imperversa il “solito” Commissariamento Straordinario chiamato a surrogare all’inadempienza dell’“ordinario”. In realtà nel caso di specie sono addirittura due (i principali): il “Commissariato di Governo per l'Emergenza Bonifiche e Tutela delle Acque nella Regione Campania” ed il “Commissariato per il superamento dell'emergenza socio – economico - ambientale del bacino idrografico del fiume Sarno”. Al “solito” i Commissariati, con diversi (decisamente troppi) compleanni alle spalle, in barba ad ogni originario carattere di straordinarietà non hanno evidenziato l’auspicata efficacia. In “compenso” hanno purtroppo contribuito ad un ulteriore deresponsabilizzazione degli Enti ordinariamente competenti.
In aggiunta ed a complicare le cose, con emblematica entropia tanti Enti (Comuni, Consorzi di Bonifica, Comunità Montane, Regione, ecc.) privi di competenza ex lege continuano ad operare a prescindere dalla pianificazione orientata all’“Integrato”, sconfessando ogni logica e sensata organicità di approccio. Ad oggi, in effetti, solo per uno dei 4 (in effetti 5) Enti d’ATO, l’Ente d’ATO 3 Sarnese Vesuviano, si è avanti sul fronte dell’accorpamento dei servizi e delle diverse aziende presenti in origine.
Quale risultante all’empasse nel conseguimento di adeguati livelli di depurazione si rileva in aggiunta anche la perdita e/o il rischio di perdita di importanti risorse finanziarie (ad es. Fondi Comunitari).
Comunque, tra gli aspetti che avversano il buon esito degli interventi (di settore) risulta purtroppo leit motiv anomalamente ricorrente l’“approccio emozionale” nella individuazione di soluzioni di carattere tecnico. In particolare si rileva spesso che scelte importanti scaturiscono da valutazioni improvvisate, non supportate da solide argomentazioni logico/scientifiche, invece che da più opportuni “processi decisionali strumentali”, oggettivati, in grado di produrre decisioni fortemente orientate alle migliori pratiche disponibili (best available practice - BAP) integrate.
Salta quindi all’occhio la macroscopica illogicità di talune scelte come ben viene rappresentato dai casi/esempio di seguito:
- la “new entry” - Ad inizio anno l’“Ambito Territoriale Ottimale 2 Napoli Volturno”, con atto deliberativo nella legge finanziaria regionale (L.R. n.1 del 19 gennaio 2007), è stato diviso in due, l’ATO 2 Napoli Volturno e l’ATO 5 Terra di Lavoro, secondo un limite corrispondente a quello amministrativo delle province di Napoli e Caserta, così disconoscendo il criterio fondante dell’unitarietà funzionale dell’ATO (cioè l’esigenza di governare il Servizio Idrico prescindendo dai limiti amministrativi ma piuttosto riferendosi al ciclo idrogeologico naturale e fisico). Prima ancora si era inoltre determinata una situazione di stallo ingovernabile: e così mentre nell’assemblea dei 136 comuni consorziati si dibatteva aspramente per arrivare alla fine all’individuazione di un gestore unico “pubblico”, il grosso del settore della depurazione veniva assegnato per un periodo 20/30ennale in project financing a privati. Risultato: la corretta gestione dei sistemi di depurazione, come anzi detto ben consistenti, vedrà sempre più lontana una soluzione efficace;
- la condotta sottomarina per il depuratore di Cuma - Tanti hanno ritenuto che per rendere balneabili le acque marine del litorale che va da Monte di Procida a Varcaturo si dovessero allontanare le acque depurate (effluente) uscenti dall’impianto di Cuma (come se l’impianto non servisse a nulla) attraverso una condotta sottomarina (da costruire) per portarle a 3 Km a largo dalla costa. Sebbene sia innegabile che una condotta possa mitigare gli effetti di occasionali defaillance dell’impianto, come pure dell’esistenza di oggettive criticità depurative dell’impianto, non è tuttavia accettabile la previsione di iniziative volte in pratica all’occultamento degli effetti piuttosto che alla risoluzione delle cause scatenanti la criticità. Con la realizzazione della condotta, infatti, si andrà a legittimare chi ad oggi ha gestito male l’impianto, per così dire “depurando a metà”, a non gestirlo affatto, cioè “depurando per nulla” (inoltre se oggi è venuto alla luce il problema è solo per le rimostranza di chi ne ha subito gli effetti lungo la costa, non tanto perché rilevato da un monitoraggio istituzionale). Ancora, risulta che all’attuale soggetto gestore (straordinario) dell’impianto sia stato conferito, con dubbia legittimità, un incarico poliennale (20/30 anni) di gestione dimenticando completamente l’imminenza ed irriducibilità del passaggio all’ordinario con l’affidamento al Gestore (ordinario) che sarà individuato dall’Ente d’Ambito Territoriale Ottimale;
- “Pubblico versus Privato” o “Pubblico & Privato versus Cittadini”? - Il gestore del Servizio Idrico Integrato dell’ATO 4 Sele, la Società “Servizi Idrici Integrati Salernitani” S.I.I.S. scarl, pur configurandosi come tipologia di gestione in house (cioè una gestione a partecipazione pubblica, in favore della quale negli ultimi mesi si è avuta una forte mobilitazione di associazioni, comitati, partiti, ecc.) è risultato operare alla stregua (peggio) di un Privato. Infatti l’Ente, per uno dei suoi comuni consorziati, quello di Positano, all’atto del passaggio di consegna del complessivo ciclo idrico ha rilevato solo il servizio di fornitura dell’acqua (comparto dove notoriamente ci sono margini di redditività – dove si guadagna) lasciando il servizio di depurazione (comparto dove non ci sono margini di redditività – dove si perde). In tal modo il Comune si è ritrovato in serie difficoltà sul fronte della depurazione, venendo a mancare la disponibilità delle risorse economiche (attinte dal sevizio di fornitura) che utilizzava per la gestione della depurazione. Inoltre, lascia qualche perplessità il fatto che un Gestore (in house), non realizzi in proprio gli interventi, ma proceda all’affidamento dei lavori a terzi (privati) ! Si tratta in pratica dell’inserimento di un ulteriore passaggio nel processo che va “dalla decisione alla attuazione”, in netta controtendenza con le emergenti azioni di “semplificazione delle filiere burocratico-amministrative” e di contrasto alla proliferazione dei Consigli di Amministrazione!
- il depuratore della contesa - Da più di un decennio si tenta di costruire un depuratore nel comune di Maiori in costiera amalfitana, ma la scelta di posizionarlo in un sito nei pressi della località Torre Normanna senza una oggettiva valutazione preventiva di alternative per l’ubicazione ha reso, anche legittimamente, eccepibile l’intervento (ciò di fatto si verificato con il ricorso al TAR).
Il risultato è che Maiori oggi, come tra l’altro succede per numerosi altri comuni della Costiera, continua a sversare scarichi inquinati a mare, lo stesso mare che costituisce la principale ricchezza e attrattiva turistica.
- il depuratore da dividere - A Castellammare di Stabia l’Amministrazione comunale ha imposto di dividere in due sezioni dislocate (una linea liquami e una linea fanghi) l’impianto di depurazione “Foce Sarno” oggetto di adeguamento alla normativa vigente. Ciò avviene nonostante l’intervento implichi aggravi realizzativi e maggiori oneri gestionali (comunque a carico della collettività), al fine di consentire la costruzione di un giardino pubblico “attaccato” all’impianto (in pratica si vuole invitare le persone che da anni si sono dannate per la vicinanza delle proprie abitazioni all’impianto esistente a passare il tempo libero ancora più in prossimità dello stesso !). Paradosso nel paradosso sta nel fatto che si è deciso di costruire, con non poche difficoltà, un chilometrico collettore per portare gli scarichi prodotti nel comune di Torre del Greco fino all’impianto di Foce Sarno al fine di concentrare la depurazione in un unico impianto (piuttosto che adeguare il preesistente impianto locale). In questa vicenda il cosiddetto fondante principio delle “economie di scala” è quindi divenuto un aspetto puramente discrezionale.
- balneabili per merito o per mancanza di demerito ? - In alcuni contesti territoriali la carenza depurativa, intesa come mancanza di impianti, è dovuta anche alle oggettive difficoltà derivanti dal carattere diffuso degli insediamenti (in zone con bassa densità abitativa non si possono infatti sfruttare i vantaggi delle cd “economie di scala” conseguibili con gli impianti consortili in quanto si determinerebbero notevoli oneri per i chilometrici collettamenti, per i sollevamenti, ecc. necessari).
Proprio per tali casi la Commissione Europea si è proposta di “assistere le amministrazioni cittadine ed i responsabili dei servizi tecnici dei piccoli e medi insediamenti europei durante un processo decisionale fondato su solidi fondamenti tecnici e finanziari e con un particolare riguardo all’integrazione ecologica e allo sviluppo sostenibile.”, pubblicando la guida “Processi estensivi di depurazione delle acque reflue, specifici per piccoli e medi insediamenti” 2 che promuove l’adozione di tecniche di fitodepurazione. Di tali approcci potrebbero ad esempio proficuamente beneficiare vasti territori afferenti alla costa ed entroterra cilentani, evitando il ricorso ad interventi destinati a determinare notevoli impatti ed oneri e a rilevarsi di scarsa efficacia.
In conclusione ed in estrema sintesi quali proposte necessarie ad avviare a giusta risoluzione le rilevanti problematiche della depurazione regionale si riconoscono:
- l’attivazione a regime degli Enti d’Ambito Territoriale Ottimale, unici soggetti legittimati ad operare al fine dell’attuazione del Servizio Idrico Integrato, ed il trasferimento di tutti servizi e le gestioni locali al Gestore unico d’ATO;
- l’estinzione delle varie gestioni commissariali, comunque assicurando un adeguato passaggio di testimone che trasferisca conoscenze, competenze ed esperienze, in sostanza le buone pratiche maturate;
- il perseguimento della massima organicità di approccio anche avvalendosi di strumenti evoluti di supporto decisionale in grado di far fronte alla complessità sistemica che connota il settore;
- la previsione della tracciabilità dei processi decisionali per limitare la proliferazione di perverse derive personalistiche nei processi decisionali;
- l’effettuazione prioritaria di efficaci attività di “indirizzo e controllo” da parte degli Enti d’ATO nei confronti dei Gestori (unici) e la previsione della diffusa “partecipazione, condivisione e responsabilizzazione” a garanzia della collettività dei cittadini/utenti.
E’ possibile allora che per andare al mare, debba percorrere almeno due ore con l’auto, correndo anche il rischio che quel giorno l’acqua non sia nemmeno un granché?!
Da qualche anno a questa parte, mi piangeva il cuore raffrontando quello che poteva essere la costa casertana e napoletana in termini di sviluppo turistico, con ciò che invece era effettivamente nella realtà. Ma quest’anno, avendo approfondito i dati, piangerò ancora di più.
A chi vuole dare un’occhiata alla delibera della Giunta Regionale sulle coste balnenabili o meno, lascio di seguito il link, ricordando che vi troverete la lista dei lidi o delle zone chiuse ai bagnanti, e nelle ultime pagine, anche la cartina sulla quale sono tracciate in rosso le zone inquinate. http://www.sito.regione.campania.it/burc/pdf09/burc04or_09/del2096_08.pdf
A chi invece vuole rivedere il video del servizio di Striscia la notizia su tale scandalo, lascio il link del video pubblicato su Youtube: