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Di seguito porgo alla vostra attenzione due petizioni: la prima, atta a sostenere l’appello di Roberto Saviano lanciato al Presidente del Consiglio, con cui lo scrittore invita il Premier a non far proporre la legge sul “processo breve”, che prescriverebbe di fatto, secondo l’ANM, circa 100 mila processi.
La seconda, quella dell’Associazione Libera, sulla possibilità da parte dello Stato, introdotta dalla prossima Finanziaria, di vendere a privati i beni confiscati alle mafie, ove nei tempi previsti essi non si riescano a destinare entro tre o sei mesi a fini “sociali” o di pubblica utilità. Il rischio è quello di far riacquistare tali beni mobili e immobili alle organizzazioni criminali stesse (tramite terze vie apparentemente più “pulite”), e di precluderli pertanto ai suddetti usi.
Per leggere e appoggiare la petizione pro-Saviano:
http://temi.repubblica.it/repubblica-appello/?action=vediappello&idappello=391117
Per leggere e appoggiare la petizione di Libera:
http://www.libera.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1780
UN CASO DI PREPOTENZA DELLO STATO A SAN FELICE A CANCELLO (CE)
Riporto di seguito il racconto di un cittadino di San Felice a Cancello, la cui famiglia ha subito per ben due volte la prepotenza dello Stato sulla terra di loro proprietà da ormai cento anni, attraverso due espropri, giustificati con la costruzione di un’opera il primo, e la messa in sicurezza del territorio il secondo. Ma entriamo nel merito; mi scuso anticipatamente per la vaghezza relativa alle date e alle cifre, ma ho rispettato la volontà del protagonista della vicenda il quale vuole restare nell’anonimato e nel vago.
Ecco la casa, attorniata da fitta vegetazione; in parte dovuta alle colture, in parte all’abbandono dello Stato:


Un primo esproprio c'e stato nella prima metà anni ’90 per il passaggio di un acquedotto che doveva portare acqua potabile a Napoli, proveniente dalla sorgente del Monte Sirino (Potenza). L’acquedotto, seppur terminato nel giro di due anni, non è mai andato in funzione, lasciando invece così la terra:



Cartello illegibile che ne indica l'esistenza:

Nel 2008 invece sono iniziati dei lavori per la sistemazione idrogeologica del versante che va dal Monte “S.Angelo a Palomba” alla collina di Cancello, Comune di San Felice a Cancello (CE), nonché di ripristino dell'alveo; alla famiglia proprietaria dell’appezzamento di terra hanno espropriato 2 particelle. Gli espropri di solito sono pagati bene, ma il geometra che ha curato l’operazione gli ha invece riconosciuto una somma davvero misera.
La zona di San Felice a Cancello fu anch’essa interessata alla frana che nel maggio ’98 colpì molte aree della Campania, soprattutto Avellino e Salerno, ma anche appunto il casertano, come testimonia questo articolo del Corriere della sera del 1998:
"Frane e fango, la Campania in ginocchio Emergenza in Irpinia e nel Salernitano: tre morti, numerosi i dispersi Una frazione scomparsa sotto tonnellate di detriti e terra Centinaia di persone sono senza un tetto NAPOLI - E' difficile perfino contare i morti. Si parla pietosamente di dispersi: c'e' chi dice che sarebbero cinque in tutto, chi si spinge addirittura a ipotizzarne una ventina. Fino a tarda notte, comunque, sono stati ritrovati tre cadaveri: quello di un giovane, figlio di un tabaccaio, quello di una poliziotta, a Quindici, e di un'anziana donna travolta dalla frana che ha spazzato via la sua casa a San Marco Trotti, una frazione di San Felice a Cancello, nel cuore della provincia casertana. Di certo vi e' che la Campania sta cadendo a pezzi sotto i colpi di un temporale che da 48 ore sferza il Mezzogiorno e non accenna a diminuire. Interi paesi sono annegati in un mare di fango e detriti, piombati dalle montagne circostanti: Episcopio, una frazione di Sarno, e' scomparso, completamente sommerso da tonnellate di terra e sarebbero crollate alcune palazzine, isolate dal resto della regione."
Ecco lo stato dei lavori, lasciati in sospeso:





Insomma, nonostante l’appezzamento di terra sul quale il dichiarante ha una casa di proprietà rientri nella “zona rossa” da ormai dieci anni, e soggetta quindi a dissesto idrogeologico, e per i quali ricordo che le Province per mitigare il problema hanno ricevuto e probabilmente ricevono ancora fondi pari al 75% dall’UE (fondi FEOGA), al 17,5% dallo Stato e al 7,5% dalla Regione ai fini del provvedimento che va sotto la dicitura “Misura 1.3 - Sistemazione idraulico forestale e tutela delle risorse naturali” (P.O.R. Campania 2000-2006, e 2007-2013), esso viene deturpato con un acquedotto tra l’altro mai entrato in funzione, e anni dopo espropriato una seconda volta per lavori di messa in sicurezza lasciati incompleti (lavori iniziati solo dieci anni dopo dai fatti del ’98).

I punti conclusivi sono tre: 1) la famiglia in questione si ritrova con una casa in montagna al centro di un appezzamento di terra deturpato della sua porzione anteriore e posteriore, “scippata” con pochi soldi dallo Stato tramite esproprio, riducendo sensibilmente la possibilità da parte loro di coltivarla (oggi si dedicano solo alla coltivazione di olive e aranci, per quanto è possibile);
2) la famiglia in questione si ritrova altresì con un’abitazione collocata in una zona soggetta a rischio frane, posseduta ormai da un secolo, senza nemmeno essere messi a corrente del pericolo, e senza che lo Stato abbia fin’ora fatto nulla di concreto per mitigare il problema;
3) è ancora vigente l’istituto dell’esproprio, che trova le sue origini nel lontano 1865, il quale è, citando il Codice civile, “un istituto giuridico in virtù del quale la pubblica amministrazione può, con un provvedimento, acquisire o far acquisire ad un altro soggetto, per esigenze di interesse pubblico, la proprietà o altro diritto reale su di un bene, indipendentemente dalla volontà del suo proprietario, previo pagamento di un indennizzo”. L’esproprio può essere un giusto strumento per costruire strutture di uso ed interesse pubblico, la cui nascita è impedita da un bene di proprietà di privati (mobile o immobile che sia); naturalmente questi devono ricevere un giusto indennizzo pari alle quotazioni di mercato del bene sottratto (al quale bisognerebbe aggiungere il presunto valore affettivo). Sono però frequenti i casi nei quali i proprietari hanno ricevuto cifre irrisorie in cambio, e per di più le opere avviate non sono mai state completate, o andate in funzione; regalando ad un paesaggio l’ennesimo eco-mostro.
(Anche le foto sono state scattate da me)
Il Parlamento ha approvato tra mercoledì e giovedì il decreto legge che porta la firma del Ministro per le politiche comunitarie Andrea Ronchi, il quale permette l’entrata nella gestione dei servizi idrici ai privati. Il provvedimento, infatti, prevede che le gestioni diciamo così pubbliche (definite “in house”), debbano tutte decadere entro il
Dure le critiche dell’opposizione, con l’IDV che ha esposto dei volantini nell’aula del Senato, e per bocca del Presidente Di Pietro, ha dichiarato che inserirà anche questo punto in un prossimo referendum, assieme a quello sul ritorno al nucleare, e a quello sulla probabile legge vertente la prescrizione dei reati. In realtà, anche la Lega si è dichiarata scettica, facendo intendere che il provvedimento dovrà essere sottoposto a modifiche successive.
Il Forum italiano dei movimenti per l’acqua ha invece dichiarato che con tale decreto cesseranno tutti gli affidamenti “in house” al 31 dicembre 2011 visto che potranno proseguire fino alla naturale estinzione del contratto solo quelle società in house che si trasformeranno in una società mista con un 40% in mano ai privati. Non meno critica la posizione di Federutility (che dal 1° giugno
Per l'Antitrust, invece, il provvedimento sulla liberalizzazione dei servizi pubblici ed essenziali contenuto nel decreto Ronchi, è un buon provvedimento perché da luogo a una liberalizzazione da tanto tempo da loro auspicata; così facendo, per l’Antitrust, l'acqua rimane un bene pubblico ma il servizio finalmente viene liberalizzato, grazie al meccanismo delle gare. Per Antonio Catricalà il provvedimento non significa che necessariamente si avrà una privatizzazione, ma si apre ai privati la possibilità di entrare nell'esercizio di questo servizio pubblico essenziale.
Per quanto mi riguarda, non sono ideologicamente avverso all’affidamento di servizi, anche essenziali, se non vitali, come appunto la distribuzione dell’acqua potabile e non, ai privati; purché lo Stato vigili sulle tariffe che i privati applicano agli utenti finali, nonché sulla qualità delle reti idriche che servono l’acqua potabile ai cittadini. Certo, spesso lo Stato si è mostrato troppo “benevolo” verso certe società private, agevolandone alcune a dispetto di altre, tacendo su eventuali raggiramenti degli obblighi giuridici ed economici da parte loro, ed ha nondimeno taciuto sulla creazione di “cartelli” anticoncorrenziali (caso palese quello tra le società assicuratrici); insomma, spesso il controllo dello Stato non è di certo risultato autoritario e garante dei cittadini, come avrebbe dovuto essere.
Ma è anche vero che il totale monopolio dello Stato nella gestione dei servizi ha anche portato ad altre gravi inadempienze e inefficienze degli stessi, per non parlare delle lottizzazioni avvenute in molti Enti, divenuti facile luogo di scambio tra politici ed elettori (voto vs lavoro), o politici ed alta finanza (cui tangentopoli è l’esempio più lampante); con vari enti oggi versanti in un dissesto finanziario e con evidenti problemi di esuberi del personale, come la scuola, le università, le poste, i trasporti pubblici, le Asl, quali casi più eclatanti. Pertanto, ritengo essere il sistema dell’ ”economia mista” quello più efficace, con i privati che si giocano a suon di proposte di qualità e a prezzo ragionevole la partita in sede di gare d’appalto dell’affidamento dei servizi; con lo Stato che resta vigile e garante dei cittadini.
Forse la mia è un’utopia, ma guardando come meglio funzionano le Poste o i trasporti pubblici dopo l’ingresso dei privati, la speranza di un miglioramento c’è; e poi, se penso a quanti italiani ricevono nelle proprie case acqua non potabile, o ancora, a quanti non ne ricevono affatto (il paradosso è che la Sicilia, Regione più ricca di falde acquifere, sia proprio quella che in Italia soffre di più il problema della scarsità d’acqua; la combutta Stato-Mafia proprio non c’entra?), mi vien da dire che lo Stato non abbia di certo adempiuto in modo egregio il proprio dovere nella gestione dei servizi idrici.
Certo l’acqua dovrebbe essere gratis, quale bene naturale essenziale come l’ossigeno o il sole. Ma le utopie e le demagogie, ora come ora, proprio non servono; lasciamole pertanto sui libri di Marx.
(Fonti: La Stampa, businessonline.it)

Oggi vi parlo di una donna italiana, di una di cui molti dicono avere “le palle”, essere attiva, coerente nelle proprie scelte politiche, combattiva per la difesa dei valori e tradizioni italiane, e per i diritti delle donne: Daniela Santanchè. Ma davvero ha tutte queste qualità e doti? Dalla sua biografia, non mi pare affatto.
Daniela Santanchè è nata a Cuneo il 7 aprile 1961; si è laureata in scienze politiche e nel
Nel
Veniamo alla carriera politica. Collaboratrice dell'onorevole Ignazio La Russa, nel 1995 è entrata in Alleanza Nazionale. Tra le file di AN è stata consulente per la Giunta del comune di Milano guidata da Gabriele Albertini, mentre nel giugno del 1999 è stata eletta consigliere provinciale alla provincia di Milano. Nel 2001 si è candidata per la Camera dei Deputati: pur non essendo stata eletta, le dimissioni della collega di partito Viviana Beccalossi le hanno dato la possibilità di avere il seggio l' 11 luglio 2001. Dal 2003 al giugno 2004 è stata nominata assessore comunale di Ragalna, in provincia di Catania, in cui si è occupata di sport e grandi eventi. Nel 2005 è stata nominata relatrice della Legge Finanziaria, prima donna nella storia della Repubblica Italiana a ricoprire questo ruolo. Nel 2006 è stata rieletta alla Camera dei Deputati nella lista di AN, nel collegio di Milano. Nel 2007 il leader di AN Gianfranco Fini l’ha rimossa dal ruolo di responsabile del dipartimento Pari opportunità del partito (per alcuni episodi di cui parlerò dopo).
Il 10 novembre 2007 si è dimessa da Alleanza Nazionale per entrare nel partito di Francesco Storace e Teodoro Bontempo (anche loro ex AN), La Destra, immediatamente nominata Portavoce Nazionale.
Il 10 febbraio 2008, Francesco Storace ha annunciato la candidatura di Daniela Santanchè a Premier per La Destra per le elezioni politiche italiane del 2008. La Santanchè è stata così tra le prime donne a candidarsi Premier, insieme a Flavia D'Angeli di Sinistra Critica e a Fabiana Stefanoni del Partito di Alternativa Comunista. Alle elezioni, la lista La Destra-Fiamma Tricolore non riuscì però a superare lo sbarramento previsto del 4% alla Camera e dell'8% al Senato: di conseguenza il partito non ottenne alcun parlamentare, inclusa la Santanchè stessa che terminò così il proprio mandato.
Dal 28 settembre 2008 non è stata più portavoce de La Destra e, in polemica con Francesco Storace, ha lasciato il partito. Poche settimane dopo, insieme ad altri ex esponenti de La Destra, dà vita al soggetto Movimento per l'Italia (MpI) che guarda ad una confluenza nel PdL.
Della sua carriera politica, si ricordano in particolare episodi come quando, capo dipartimento delle pari opportunità di AN, nel 2005, entrò nell'occhio del ciclone per due fatti curiosi: il gesto del dito medio rivolto a dei giovani che contestavano la riforma Moratti, e la proposta di una "porno-tax", ovvero un'imposta che dovrebbe pagare chi fruisca di materiale pornografico; il 22 ottobre
Il 20 settembre 2009, invece, è intervenuta a Milano alla festa per i festeggiamenti della fine del Ramadan, dove era presente un nutrito gruppo di forze dell'ordine in assetto antisommossa. Qui la Santanché, secondo la versione dei musulmani, ha tentato di strappare il velo ad alcune donne, suscitando la reazione dei musulmani presenti. La Santanchè che ha manifestato accompagnata dal suo vice Diego Zarneri, ha sostenuto invece di aver solo chiesto alla polizia di far rispettare le legge Italiana che prevede il divieto di circolare a volto coperto e di non esser mai entrata in contatto con una donna musulmana. Di seguito la Santanché ha dichiarato di essere stata aggredita e presa a pugni, versione smentita dai musulmani presenti; fatto sta che è stata accompagnata al pronto soccorso dove i medici le hanno riscontrato contusioni toraciche estese con prognosi di 20 giorni.
Il 25 settembre 2009, su il Fatto Quotidiano, compare una notizia secondo cui, in realtà, la Santanché non sarebbe mai stata aggredita. In un breve filmato pubblicato su peacereporter si vedono i tentativi della Santanché di superare il cordone delle forze dell'ordine, mentre non è dato vedere alcuna aggressione a carico della parlamentare. I legali della Santanchè hanno poi smentito tale versione denunciando l'alterazione delle immagini del video, e hanno reso noto il verbale delle forze dell'ordine presenti e testimoni dell'aggressione e una copia della documentazione del pronto soccorso.
Ultimo atto, quello del 9 novembre 2009 nel corso della trasmissione Domenica cinque, trasmessa da Canale 5, durante una discussione con l'Imam di Segrate Ali Abu Shwaima, riguardo la presenza del crocefisso nelle scuole, dove la Santanchè affermò che Maometto era un poligamo poiché aveva nove mogli, e che era pure pedofilo avendone una di nove anni. Dichiarazione che ha ovviamente scatenato l’ira dei musulmani presenti in studio, per non parlare dello strascico di polemiche susseguito dopo.
Dopo questo excursus sulla vita privata e politica della Santanchè, è facile intuire come la dote principale che l’è attribuita, o se vogliamo, che si auto-attribuisce, ovvero di essere una fervente femminista dei nostri tempi, può essere facilmente messa in discussione; già, perché se fosse così tenace e paladina dei diritti civili delle donne, avrebbe rinunciato al suo cognome da sposata subito dopo la separazione dal marito. In fondo, la conservazione del cognome da nubile è uno dei primi aspetti che rafforza l’identità di una donna; mentre lei ha continuato a conservare il cognome del marito per fini politici, essendo esso molto rinomato in quel di Sicilia e da lei ben avviato ormai in politica. Dunque perché perdere questo strumento di propaganda in favore di un banale diritto civile? Per la cronaca, il suo cognome da nubile è Garnero.
Un’altra questione è quella relativa alla sua coerenza politica, poiché non va dimenticato che prima se ne è andata da AN a fine 2007 accusando il partito di Fini di star diventando sempre più moderato e democristiano, aderendo a La Destra di Storace e Bontempo; poi la sua smania di protagonismo (la stessa che perseguita Rutelli) alimentata da un mancato incarico nel Parlamento italiano dato che il partito non ha superato la soglia di sbarramento alle politiche ’08, l’ha portata a lasciare anche questa formazione politica recriminando una nuova crisi di valori ed ideali, e formando una nuova formazione “Movimento per l'Italia”, un partitino sempre rientrate nell’orbita del Cavaliere, tanto da correre alle prossime elezioni locali con il PdL. Insomma, gira e rigira, anche lei, come la Mussolini, è ritornata miseramente all’ovile del Cavaliere; il quale è sempre ben disposto ad accogliere belle donne in politica e non.
Infine, entrando nel merito della sua attività politica, non dimentichiamoci che questa imprenditrice prestata alla stessa, è un potenziale pericolo per la nostra incolumità, poiché in un paio di occasioni ha ferocemente attaccato, come detto prima, sia verbalmente che fisicamente alcuni musulmani e il credo islamico stesso; pertanto, politici come lei, sommati a quelli della Lega, ci stanno trasformando in seri obiettivi per i terroristi islamici, sommando alle loro azioni la nostra partecipazione ad operazioni militari come in Afghanistan e Iraq (l’attentato alla Questura di Milano non c’entra proprio nulla con questo discorso?).

Qualche giorno fa ho visto in DVD “Fortàpasc”, film uscito il 2008, dedicato a Giancarlo Siani, giornalista de “IlMattino” ucciso dalla camorra solo perché faceva il suo lavoro con devozione e professionalità, raccontando le malefatte della camorra nel Comune di Torre Annunziata, lavorando per la sede distaccata del giornale a Castellammare di Stabia (lui era del Vomero); dovendosi occupare dei fatti di cronaca nera, non si limitò a riportare il nome di chi veniva ucciso, ma anche tutti i vari movimenti interni ai clan, i loro intrecci (tra i Nuvoletta, all’epoca altra grande famiglia di Marano, i Gionta e i Bardellino), i tantissimi omicidi e i loro perché, le relazioni tra Camorra e istituzioni, in particolare il consiglio comunale di Torre Annunziata.
La bravura lo portò a fare carriera, tanto da essere chiamato in prova alla sede di Napoli de “ilMattino”, dove fu incaricato di occuparsi dei sindacati e delle vertenze sul lavoro. Qui Siani cominciò ad avere maggiore visibilità, continuando di fatto ad occuparsi di Camorra e le relazioni intercorrenti con le istituzioni locali, ma anche a sentirsi più solo, con l’amico-collega uscito dal tunnel dell’eroina e desideroso di fare l’avvocato anziché il giornalista, e con gli alti e bassi della sua relazione sentimentale. Ma soprattutto, si era fatto troppi nemici, non solo i camorristi, ma anche il Sindaco socialista di Torre Annunziata, Domenico Bertone.
In particolare, fu un articolo del 10 giugno
In quel periodo Giancarlo stava lavorando ad un libro sui rapporti tra politica e camorra negli appalti per la ricostruzione post-terremoto, grazie a dei documenti fornitigli segretamente dal Questore torrese.
Siani fu giustiziato sotto casa al Vomero il 23 settembre 1985, e i suoi aguzzini riuscirono ad entrare in possesso anche della documentazione utile per il dossier al quale Giancarlo stava lavorando, e di cui non si è saputo più nulla. Per il suo omicidio, la seconda sezione della Corte di Assise di Napoli in data 15 aprile
Giancarlo è stato ucciso appena ventiseienne e oggi ne avrebbe quaranta; è facile immaginare quante malefatte ancora avrebbe descritto in tutti questi anni, sulla fine di qualche clan e l’inizio di qualche altro; sulla caduta di qualche politico e partito e l’ascesa di un altro. Perché l’Italia è così, cambiano gli strumenti ma la musica è la stessa; e chi tenta di raccontare lo spartito sulla quale tale musica assordante e nociva è scritta, viene fatto fuori o messo ai margini. Vedi oggi Saviano.
Che Siani sia quindi esempio di coraggio, e il suo sacrificio serva a ricordarci che solo attraverso l’informazione, la criminalità può essere stanata e sconfitta.
Segnalo il sito a lui dedicato: www.giancarlosiani.it, oltre a consigliarvi il film a lui dedicato “Fortàpasc”, che prende spunto dal modo con il quale Giancarlo aveva definito Torre Annunziata in quel periodo. Un film benfatto, anche per le canzoni scelte; su tutte, una di Vasco “Ogni volta”, con la quale il film inizia e finisce, proprio perché fu l’ultima canzone che Siani ascoltò prima di essere ucciso. In fondo in Italia, quando c’è qualcuno che infastidisce i poteri forti, finisce ogni volta così.

Ieri mattina si è aperto il vertice Fao sulla sicurezza alimentare; solite promesse e recriminazioni, ma soprattutto, soliti nulla di fatto concreti. Il tutto malgrado il monito di papa Benedetto XVI che alla platea di capi di Stato e di governo ha sottolineato la vergogna di un mondo che di fronte alla fame non nasconde «opulenza e sprechi».
Proprio in virtù di questa ennesima presa in giro di chi governa il Mondo, voglio riportare questo post riguardante le Filippine, Paese di tanto in tanto colpito da qualche catastrofe naturale come tifoni, inondazioni e terremoti, e che versa in una povertà cronica; qui è stata trovata una soluzione (a dir poco macabra) per sopravvivere: un cimitero.
Questo paradosso non è un gioco di parole, ma dura e pura realtà: a Navotas, città a Nord di Manila, la povertà estrema costringe numerose famiglie filippine a trovare rifugio nel Cimitero municipale; le persone dormono in giacigli improvvisati sopra le tombe o addirittura dentro ai loculi, con tanto di cadaveri segati a pezzi e trasferiti in loculi più piccoli. All'interno del cimitero è stato addirittura improvvisato un campo da basket tra le tombe, dove i bambini possono giocare.
La povertà fa fare cose impensabili e tristemente assurde.
Di seguito riporto il link dove potete vedere anche qualche foto scioccante scorrendo le pagine:
http://lastampa.it/multimedia/multimedia.asp?p=4&pm=1&IDmsezione=10&IDalbum=21780&tipo=FOTOGALLERY#mpos
(Fonte: La Stampa)

Facebook, il Social network che sta facendo impazzire adulti e adolescenti, ha già fatto parlare di sé per “gruppi” che inneggiano a personaggi della storia non proprio diventati famosi per la loro bontà, ad organizzazioni criminali nostrane ed internazionali o ai loro leader, o ancora perché altamente offensivi contro qualcuno.
Leggevo qualche giorno fa sul sito de “Il Mattino” i vari gruppi razzisti nei confronti dei napoletani, anche a passo coi tempi visto che alcuni fanno riferimento all’influenza A; ecco alcuni nomi: «per tutti i fan dell’influenza A che sta imperversando sotto il Vesuvio. Vai e ammazzali tutti!!!!», Non chiamiamoli terroni ma diversamente settentrionali», «Anti terroni», «Via i terroni dalla Padania», «Quelli che odiano i terroni», «Noi non siamo i terroni», «Scacciamo i terroni dal Nord», «Mandiamo la nebbia ai terroni», «Meglio polentoni che terroni», «Ieri i tedeschi, domani i terroni», «Noi odiamo i napoletani», «Quelli che noi non siamo napoletani e odiamo la loro musica araba», «Tutti quelli che vogliono vedere il Vesuvio eruttare», «Vesuvio erutta per noi, Natale è vicino facci o’ regalo», «Meglio senza sole, meglio senza mare che meridionale».
Ovviamente ci sono anche quelli di risposta o di provocazione contro i settentrionali.
Ora, non è che queste cose mi scandalizzano più di tanto; ma mi piacerebbe vedere la stessa mobilitazione che c’è stata in occasione di quel gruppo contro Berlusconi (uno dei tanti in realtà creati contro di lui), denominato "Uccidiamo Berlusconi", che ha tanto scandalizzato il Governo, al punto da scomodare il Ministro della Giustizia Alfano, che ne impose la chiusura, o almeno il cambio del nome. Su Facebook vi è la creazione continua e costante di gruppi offensivi contro qualcosa o qualcuno; pertanto, o ci si muove ad ogni occasione con una censura preventiva da parte dei gestori di FB (come avviene su Youtube) oppure non si alzino polveroni che rasentano il ridicolo e ci si scandalizzi invece per ben altro.

In Italia, se c’è una “differenziazione” dei rifiuti che funziona sicuramente, essa è la disparità di trattamento che i Media adottano per trattare i vari casi di emergenza rifiuti diffusi qua e là per l’Italia.
Infatti, se quando l’emergenza rifiuti aveva attanagliato la Campania, soprattutto Napoli e Caserta, i media “ci” hanno fatto letteralmente neri, con TG e quotidiani che tutti i giorni riportavano notizie sui roghi, le manifestazioni (anche violente) dei cittadini che si opponevano all’apertura di qualche discarica (spesso anche a ragione), le fiumane di rifiuti che si trovavano ai lati delle strade, le montagne di rifiuti che si trovavano a ridosso delle abitazioni, e quant’altro, nulla si dice del rischio tracollo che c’è nel Lazio e in Calabria (anche lì qualche rogo e cumulo pure c’è stato), nonché dell’emergenza che da più di un anno è esplosa a Palermo.
Ciò non può altro che significare che tale differente modalità nel trattare l’argomento a seconda delle zone, sia legata all’interesse dei politici di porre a conoscenza alcune situazioni drammatiche, facendo restare taciute altre che lo sono ugualmente. E in questo i principali media, che sappiamo essere fortemente legati ai poteri forti (partiti, massonerie, organizzazioni, lobby economiche) sono un efficace strumento da utilizzare.
Ricordo ancora, con la morte nel cuore, come Rai e Mediaset tutti i giorni trasmettevano immagini sul dramma dei rifiuti a Caserta e Napoli (centro e provincia); dramma esploso “stranamente” tutto d’un colpo durante il Governo Prodi già in difficoltà per la risicata maggioranza cui godeva al Senato, raggiungendo il picco più alto della propria tragicità, ancora stranamente, proprio durante gli ultimi mesi precedenti la sua “caduta” e quelli immediatamente successivi all’insediamento del Governo Berlusconi; poi, miracolosamente, il problema è stato via via risolto (con metodi che lasciano ancora diverse ombre e con ancora qualche cumulo rimasto), con il Cavaliere che ancora si pavoneggia per tale merito. La spallata mediatica ha sicuramente logorato il centro-sinistra locale, nelle figure di Bassolino e Iervolino, anche se non è riuscita ad abbatterli, essendo ancora loro lì al proprio posto (nonostante abbiano colpe anche di altra natura).
Eppure il problema rifiuti in Campania esiste ufficialmente dal 1994 (ma si trascina dietro ancora da molto prima), ed i vari commissari susseguitisi sono stati piazzati lì anche da Governi di centro-destra (cui Premier è stato sempre lo stesso Berlusconi), che hanno in modo indiretto sostenuto così chi ha governato la Regione e il Comune di Napoli per tutto il periodo incriminato. Evidentemente solo a fine 2007 e per la prima metà del 2008, serviva per i motivi prima elencati, far arrivare l’emergenza ad un punto drammatico, nonché serviva un bombardamento mediatico da parte della TV.
Tutto invece tace per quanto riguarda il Lazio, forse perché c’è una buona possibilità che si insedi proprio il centro-destra alla guida della Regione (visto anche il caso Marrazzo, che già di per sé ha logorato il centro-sinistra), e perché al Comune di Roma c’è Alemanno del PdL (quindi un’istituzione è già assicurata nella propria “mano destra”); eppure lì il problema esiste, ma forse è giusto farlo sparire come quello della criminalità (prima delle elezioni comunali 2008, con Veltroni Sindaco, a Roma si parlava di una violenza al giorno commessa da rumeni).
Tutto tace anche in Calabria, Regione che come sappiamo è molto devota al centro-destra.
Ma qui voglio parlare di Palermo come caso eclatante, poiché l’emergenza esplosa lì non è certo così minore rispetto a quella di Napoli e Caserta. Proprio l’altro ieri, sindaci e amministratori di 65 comuni del palermitano sono scesi in piazza nel capoluogo siciliano contro l'emergenza rifiuti; tra i primi ad arrivare davanti alla Presidenza della Regione siciliana, Biagio Sciortino, il Sindaco di Bagheria, paese che sta accusando in modo particolare il grave problema. Per primo ha disposto la chiusura delle scuole per motivi igienico-sanitari, poi seguito da un'altra decina di enti. Al loro fianco il Presidente della Provincia Giovanni Avanti, che ha presieduto la Conferenza dei sindaci del territorio .
L'obiettivo della protesta, spiega Avanti, è concordare con il Governo regionale iniziative e interventi necessari «per scongiurare il pericolo di interruzione di un pubblico servizio e problemi di ordine pubblico e sicurezza sociale determinati dalla grave emergenza rifiuti in tutto il territorio provinciale».
Anche a Palermo c’è l’usanza di appiccare il fuoco ai rifiuti, fenomeno o se vogliamo “sfizio” che pareva essere solo tipicamente napoletano e casertano: a Bagheria, in via Gagliardo, sono stati dati alle fiamme cumuli di rifiuti sparsi per strada; con uno dei tanti incendi che ha danneggiato il portone d'ingresso di un'autocarrozzeria. Da più di un anno a questa parte, si sono visti molti roghi.
Venerdì sera stessa, 82 sindaci del palermitano hanno incontrato il presidente della giunta regionale della Sicilia Raffaele Lombardo per fronteggiare l’emergenza rifiuti.
Uno dei problemi principali è che la discarica di Bellolampo, a Palermo, gestita direttamente dall'Amia, è in credito di 60 milioni di euro per il conferimento dei rifiuti, e non permette più agli autocompattatori del Coinres, il consorzio che si occupa della raccolta dei rifiuti in provincia, di entrare e smaltirla. Le tre società che gestiscono lo smaltimento sono in crisi: l'Amia ha maturato l'anno scorso un debito di 180 milioni di euro e la Guardia di Finanza ha redatto un verbale di 13 milioni di euro di imposte non versate. La Essemme, società satellite che si occupa della pulizia delle strade aveva organizzato un sit in di protesta davanti all'Amia che si è trasformato in un momento di tensione, con feriti e denunciati. Le due società registrano assenze di personale attorno al 60% in questo periodo. Infine la Coinres, il consorzio che nei comuni della provincia si occupa della raccolta, versa da mesi in una profonda crisi finanziaria.
Ma i media non ne devono parlare: la Sicilia è una Regione storicamente strategica per il centro-destra, garantendo loro una marea di voti fin da quando è nata la Repubblica italiana; prima alla DC e all’MSI, poi a Forza Italia e ad Alleanza Nazionale, infine al PdL. Se però prima in quella Regione vi era un partito di destra (MSI) molto forte e anche combattivo in favore della legalità e della giustizia (tanto da essere votato anche dal Giudice Borsellino), oggi sappiamo in quale partito i suoi eredi (AN) sono confluiti e quale fine abbiano fatto.
(Fonti: Corriere della sera, Virgilio.it)

Bruno Vespa è uno storico giornalista della Rai, ruolo che ricopre fin dall’età di 18 anni, dal lontano 1962. Durante la sua lunga carriera in “mamma Rai”, si ricordano le storiche interviste a diversi personaggi passati poi alla storia, tra cui Karol WojtyÅ‚a, che egli intervisto quando era ancora cardinale, prima di diventare Papa Giovanni Paolo II; oppure la telecronaca dei funerali del segretario del Partito Comunista Italiano Enrico Berlinguer, in diretta da Piazza di Porta San Giovanni a Roma; o i vari speciali presentati mediante la trasmissione “Porta a Porta”, che conduce in seconda serata dal 1996 (la quale è stata definita scherzosamente“Terza Camera del Parlamento”).
Altrettanto storiche sono alcune clamorose gaffe, come quando in diretta diede la notizia che Pietro Valpreda era il colpevole, anziché l'accusato, della strage di Piazza Fontana. Di ciò si è però pentito pubblicamente; oppure quella del 1980, quando sostenne per una giornata intera di diretta tv che la Stazione di Bologna era stata sventrata dall'esplosione delle cucine di un vicino ristorante, e solo in tarda serata ventilò, con estrema cautela, l'ipotesi della bomba. E’ stato anche Direttore del TG1 dal 1989 al 1992.
Non ha mai nascosto la sua vicinanza alla Democrazia Cristiana, partito che, nella Prima Repubblica insieme a PCI e PSI, si è spartito molti posti pubblici, tra cui appunto quelli della RAI. Ma i tempi cambiano, e così il buon Bruno da diversi anni ormai è passato dalla DC al berlusconismo, perdendo a volte, con le sue uscite giornalistiche, anche la propria dignità sebbene come detto, sia in Rai quasi da quando essa esiste. Ultimo atto di questo passaggio è l’uscita in questi giorni dell’ennesimo suo libro edito Mondadori (guarda un po’ Casa editrice del Cavaliere), “Donne di Cuori”, libro che ufficialmente tratta del ruolo che le vicende sentimentali hanno avuto nella storia: dalla Grecia classica all’Egitto a Roma; da Lucrezia Borgia a Giuseppe Garibaldi; da Enrico VIII (che sposò sei donne e ne fece decapitare due) a Edoardo VIII, che per amore rinunciò alla corona d’Inghilterra; fino alla straordinaria storia di Lady Diana e Camilla. Ci sono altresì pagine dedicate agli amori segreti di John F. Kennedy e quelli di Bill Clinton, Barack e Michelle Obama, fino a Nicolas e Carla Sarkozy.
Ovviamente, tutta questa “panna” serve per decorare al meglio la torta, che in realtà consiste nel trattare delle recenti vicende private di Berlusconi e gli immancabili risvolti politici che esse hanno comportato. Il Cavaliere risponde anche alle 10 domande che il giornale “LaRepubblica” gli ha posto mesi fa e che lui ha snobbato; ma sul libro di Vespa, senza contraddittorio, quindi come piace a lui, egli risponderà. A Berlusconi sono offerti 2 capitoli per difendersi e dire la sua verità.
Si parlerà anche di altri argomenti politici, che in realtà già sono stati svelati ultimamente a piccole dosi, come il caso Rutelli-PD o le scelte di Casini. Come se il libro di Vespa fosse un “vaso di Pandora” che ci dirà tante verità e futuri risvolti della politica italiana.
Per la cronaca il libro costa 20 euro, fate voi.
(Fonti: Wikipedia, Unilibro.it)

Riporto di seguito la storia raccontatami da un’amica di Empoli alle prese, come tanti di noi, con la quotidiana ricerca di un lavoro. La chiamerò per convenzione F.
F. è stata chiamata dall'agenzia assicurativa Ergo Previdenza per un colloquio di lavoro, dicendole che a loro era arrivato il suo curriculum tramite il centro per l’impiego di Empoli, visto che si era prenotata all'offerta di lavoro; in realtà F. non si era mai prenotata a quell’offerta, anche se è disoccupata ed iscritta al centro per l’impiego. Per questo motivo, si presenta comunque al colloquio.
Giunta al colloquio, le hanno spiegato all'incirca il profilo che cercavano per un loro potenziale impiegato, dicendole che era previsto un contratto a progetto di sei mesi con possibilità di assunzione presso la stessa compagnia. Il compenso era di un tot orario + provvigioni + in un secondo momento un portafoglio clienti. E’stata altresì informata che su trenta candidati presentatisi, ne avrebbero scelti due in base ad una prova che consisteva in una simulazione di una chiamata a clienti della compagnia assicurativa, per convincerli di incontrare l'agente, il quale li avrebbe informarti su importanti novità riguardanti la loro attuale polizza assicurativa (in realtà telefonavano all'impiegata che stava all'ufficio della stanza adiacente).
Alla fine di questa simulazione l’è stato detto che l’avrebbero contattata solo nel caso fosse stata scelta per la “prova finale”. Infatti, due giorni dopo l’hanno contattata, dicendole che avevano scelto lei ed un'altra ragazza, e che avrebbero fatto un'ulteriore prova di un paio di ore la mattina e un paio la sera; tale prova non consisteva più in una telefonata interna, ma direttamente ai clienti. Insomma, come quella della simulazione della prima prova, ovvero dovevano contattare il cliente per convincerlo ad avere un colloquio con l'agente che in quel momento si trovava in zona, per informarli di importanti novità riguardanti la loro polizza assicurativa.
Una volta finita la prova l’è stato detto che il giorno dopo avrebbe provato l'altra ragazza, e che nei giorni successivi sarebbe stata contattata solo nel caso fosse stata scelta. Non avendo avuto alcuna chiamata, F. pensò che avessero scelto l'altra candidata; ma recandosi nei giorni successivi
di nuovo al centro per l'impiego per controllare le offerte di lavoro, ha ritrovato lo stesso annuncio in bacheca.
Morale della favola. F. e tutte le altre 29 persone sono state tratte in inganno, poiché la società Ergo Previdenza, con la scusa di effettuare delle selezioni, cercava semplicemente due persone che facessero le telefonate ai clienti senza doverli retribuire; ributtando poi l’amo nel lago qualche giorno dopo, con la speranza, anzi vista la crisi, la certezza, di trovare altre persone pronte a fare le telefonate.
Ecco come le società, soprattutto quelle che campano sul come fregare il prossimo, alias futuri clienti, giocano sullo status di disoccupato delle persone e cercano di adescare tra queste gente da sfruttare; facendo leva sui loro bisogni, le loro speranze e spesso, la loro disperazione.
