Qui racconterò le mie verità, le verità SUPPOSTE...
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Ci sono matrimoni di “convenienza”, dettati cioè più dai singoli interessi dei partner, anziché da un amore reciproco.
Un matrimonio politico del genere si sta consumando tra il Premier Berlusconi e il Governatore campano Bassolino. Il primo sa che in Campania il suo partito è in grande rimonta, anzi ormai ha scavalcato il centro-sinistra e quindi cerca la massima cordialità e collaborazione istituzionale per risolvere i problemi della regione e del capoluogo partenopeo in particolare; il secondo (insieme alla Jervolino) sa di essere impopolare e nel torto per varie ragioni, e accoglie a testa bassa e con fare umile le proposte e le decisioni del Cavaliere; come qualcuno che sa di essere appunto nel torto e di non aver diritto di parlare.
Riprova di ciò, l’assenza di Bassolino e della Jervolino alla manifestazione di sabato scorso organizzata dal Partito democratico a Roma contro il Governo. Un’assenza grave, di chi ha fatto parte della costituente del Pd e ricopre le più alte cariche a livello locale.
I due si sono incontrati anche mercoledì sera a Roma per parlare, tra le varie cose, del problema relativo ai fondi europei che la Regione rischia di perdere, avendo scelto di superare i vincoli di spesa previsti dal patto, e ciò implicherebbe non solo perdere denaro, ma far lievitare l’accise sulla benzina, l’Irap e l’Irpef.
Per ovviare a ciò, l’assessore al bilancio Mariano D’Antonio si è deciso di co-finanziare i progetti del Por 2000-2006 anche «in deroga al patto di stabilità». Deroga che dovrebbe essere approvata però dal Parlamento per non perdere i fondi. Deroga che ha già ottenuto il benestare del Ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, nonché, rassicurazioni, proprio mercoledì sera, da parte del Premier.
Insomma, la luna di miele andrà avanti. Poi ci saranno le elezioni regionali l’anno prossimo, e lì i due saranno costretti a divorziare. Con Berlusconi che continuerà a giungere qui vaneggiandosi di ciò che ha fatto per noi campani, e Bassolino che si ritirerà con la coda tra le gambe, magari riciclandosi nelle elezioni europee, sempre se però sarà abolita la scelta dei candidati (perché non credo che i campani lo voterebbero). A proposito, che anche questa riforma del sistema elettorale europeo sia un favore del Cavaliere a Totonno???…Chissà!
E’ stato approvato ieri mattina anche al Senato il Decreto Gelmini sulla scuola, nonostante da diversi giorni ormai sia in atto una grande mobilitazione di piazza del Mondo scolastico, sindacale e partitico, in molte città d’Italia. Mobilitazione, che molti non hanno tardato a paragonare a quella del ’68 (tra l'altro sono da verificare gli scontri avutisi stamattina, con l'infiltrazione nel corteo di militanti di estrema destra, alcuni dei quali chiamati anche col nome dai carabinieri).
Ho già espresso una mia valutazione su questa legge in un post di inizio settembre, commentandone l’aspetto “tecnico”:http://lucascialo.splinder.co/post/18296960/ENNESIMA+RIFORMA+DELLA+SCUOLA, mentre per quanto riguarda l’aspetto “economico”, i minori finanziamenti previsti per la già bistrattata scuola nei prossimi 3 anni, sono sicuramente un fatto negativo. Ma non tollero nemmeno che certe formazioni politiche e certi movimenti sindacali, che hanno usato la scuola pubblica per esercitare clientelismi e sprechi vari ed eventuali, oggi diano lezione di come deve essere la scuola ideale. Oggi ho sentito l’intervento del Segretario della CGIL Epifani durante la manifestazione di Roma inerente allo sciopero generale della scuola, nel quale affermava che i fannulloni in essa non ci sono. Eppure ricordo a malincuore come funzionavano male gli uffici burocratici di tutte le scuole che ho frequentato, dalle elementari alle superiori; per non parlare di certi insegnanti, messi lì non certo per le loro capacità.
Una razionalizzazione dei fondi va sicuramente portata avanti, senza finanziamenti a pioggia come quelli portati avanti “da sinistra”, o tagli per fare cassa “da destra”. Del resto, sia da una parte che dall’altra negli ultimi anni (da quando siamo a tutti gli effetti nel sistema comunitario europeo), vi è stato un continuo volersi adeguare agli altri Paesi europei; quando poi in realtà, la nostra scuola primaria era qualitativamente tra le migliori al Mondo e forse dovremmo adeguarci su altre cose, e non su quelle che funzionano.
Quando qualcosa non funziona, bisogna cambiarla. I neodiplomati (di ieri e di oggi) sono forniti di una cultura inferiore a quella che gli servirebbe effettivamente nel proseguo della vita, nonché sono poco preparati tecnicamente al Mondo del lavoro. Su questo ed altri punti già elencati nel post prima linkato, i Governi devono lavorare. Critico buona parte della Riforma Gelmini, ma quando penso a ciò che l’altra parte politica ha fatto della scuola e dell’Università negli ultimi quarant’anni (grazie anche ai successi dei movimenti studenteschi degli anni ’60 e ’70, che hanno legittimato una certa malapolitica, giustificata dai diritti da acquisire e dagli ammodernamenti da concretizzare), o assisto ai dibattiti su questa riforma, e sento o leggo le risposte da sinistra svuotate di contenuti e incorniciate da luoghi comuni, bè mi prende una bella sfiducia che le cose possano cambiare.
A tal proposito, il Partito democratico e l’Italia dei valori (che intanto prosegue la raccolta firme contro il Lodo Alfano), annunciano di voler avviare una raccolta firme per un Referendum abrogativo di tale legge. Tuttavia, la Costituzione prevede che un Referendum abrogativo può riguardare solo gli aspetti tecnici di una legge, ma non la parte economica.
Dubito poi, che tutti gli studenti che oggi riempiono le strade (cosa che mi fa piacere poiché noi giovani veniamo spesso accusati di menefreghismo e passività), si troveranno lì anche a gennaio, quando dovranno studiare per le interrogazioni post feste di Natale. E credo che molti scendano in Piazza senza nemmeno sapere contro cosa.
Per quanto riguarda l’Università, rinvio il post a tempo debito, quando cioè il Parlamento varerà la Riforma.
E’ arrivata ieri sera alle 22 la sentenza riguardante l’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, 22 anni, trovata morta in un'abitazione a poche centinaia di metri dal centro storico di Perugia con una profonda ferita alla gola, in una notte tra l’1 e il 2 novembre di un anno fa.
Condanna a 30 anni per Rudy Guede, giudicato con rito abbreviato (che gli ha permesso di evitare l'ergastolo), e rinvio a giudizio per gli altri due indiziati, Raffaele Sollecito e Amanda. Guede, dovrà inoltre risarcire di due milioni di euro a testa i genitori di Meredith, di un milione e mezzo alla sorella e di altrettanti al fratello; per un totale di 7 milioni di euro.
Per Knox e Sollecito il processo ufficiale inizierà il 4 dicembre, avendo loro scelto il rito ordinario. Dovranno rispondere di omicidio volontario, violenza sessuale, furto (di 300 euro e di due carte di credito della ragazza uccisa) e, la ragazza americana, anche del reato di calunnia aggravata nei confronti del musicista Patrick Lumumba, avendolo accusato di essere stato l’assassino. I due hanno fornito alibi poco convincenti, che non hanno convinto gli inquirenti.
A me non piace trattare di cronaca nera, ne la seguo. Credo che i processi non vadano sbandierati ai quattro venti, né spettacolarizzati dai media, trasformandoli in show a puntate, che spesso possono avere anche effetti psicologici distorti sugli inquirenti. Casi eclatanti sono stati quelli di Cogne o di Garlasco, dove i vari salotti televisivi, o giornali “da parrucchiera”, si sono contesi interviste esclusive, ricostruzioni fantasiose con tanto di plastico, psicologi e criminologi. Nel caso di Perugia, non sono mancate spettacolarizzazioni, come il video di Guede su Youtube, fatto in modo scherzoso, ma mandato in onda dai TG con l’intento di farlo apparire un mostro; oppure le foto della bella americana Amanda Knox, indiziata tra i colpevoli dell’omicidio Meredith, finita per diventare la ragazza dei sogni per milioni di internauti.
Certo, da sempre gli assassini hanno suscitato ammirazione ed attrazione, magari per le loro storie difficili alle spalle, o perché magari visti come “belli e dannati”. Ma un conto è un innamoramento spuntato dalla lettura di una notizia di cronaca su un giornale, o dal racconto di qualche conoscente, o da un ritratto, e un conto è la mitizzazione che spesso proviene dalla TV e da internet, che finisce per distorcere la realtà e fornircene una già confezionata; non creata insomma dalla nostra immaginazione. Il tutto a discapito di chi non ha propri filtri intellettivi ben definiti, che finisce per prendere come realtà, tutto ciò che gli viene propinato.
P.S.: Restando sulle notizie di cronaca nera, Romulus Nicolae Mailat e' stato condannato a 29 anni per l'aggressione e l'uccisione di Giovanna Reggiani, avvenuta il il 30 ottobre 2007 nei pressi della stazione di Tor di Quinto. La sentenza della III Corte D'assise di Roma dispone per il romeno l'interdizione legale e la sospensione della potesta' genitoriale. Inoltre i giudici dispongono l'espulsione a pena espiata e il risarcimento in separata sede con una provvisionale di 500 mila euro.
P.s.: Restando sul tema della cronaca nera, la terza Corte d'Assise di Roma oggi ha condannato a 29 anni di reclusione il romeno Romulus Nicolae Mailat per l'omicidio di Giovanna Reggiani, la donna aggredita a Roma nell'ottobre di un anno fa e morta in seguito alle ferite.

In vista delle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, si sta pensando ad una riforma del sistema elettorale, sulla quale la politica sta dibattendo da tempo.
La maggioranza propone 3 punti fondamentali:
1) Soglia di sbarramento al 5%, per mitigare il problema dell’eccessiva frammentazione che si avrebbe con l’attuale sistema che non prevede soglie di sbarramento.
2) Abolizione delle preferenze, per far scegliere ai partiti personalità qualificate ed autorevoli, e non personaggi vari ed eventuali.
3) Dieci circoscrizioni invece delle cinque attuali, per evitare di favorire, mantenendo sole 5 circoscrizioni, i candidati provenienti da quelle Regioni con un’alta densità di popolazione.
Tutta l’opposizione in Parlamento, insieme al Movimento per le autonomie che invece fa parte del Governo, e chiaramente i partiti oggi già fuori dal Parlamento italiano, non ci stanno. C’è chi si batte soprattutto contro la soglia del 5%, ossia chi sarebbe di fatto escluso, essendo già stato bocciato alle ultime elezioni nazionali di aprile; e chi si batte contro l’eliminazione del voto di preferenza, ritenendolo qualcosa di antidemocratico, poiché i candidati sarebbero scelti dalle segreterie di partito e non dagli elettori stessi (come già è accaduto alle ultime elezioni nazionali di aprile).
Dietro ogni posizione dei partiti c’è soprattutto un proprio calcolo di convenienza. Per quanto mi riguarda, ritengo che la soglia al 5% sia eccessiva, mentre più giusta sarebbe una al 3%. In questo modo potrebbero farcela forze politiche che in Parlamento europeo siedono ancora, quali comunisti, socialisti, verdi, destra nazionale, e non porterebbe neanche ad una eccessiva frammentazione in tanti partiti.
Per quanto riguarda la questione delle preferenze, se è vero che non è un sistema democratico al 100% visto che gli eletti li sceglierebbero i partiti e non gli elettori stessi, con i primi che magari potrebbero scegliere personaggi dalla fedina penale non del tutto illibata (ogni riferimento è puramente casuale), è anche vero che il voto di preferenza può portare a certi meccanismi distorti, quale può essere “il voto di scambio”, o alla candidatura di certi personaggi che con la politica hanno poco da spartire, ma che, per la loro notorietà, fanno comodo.
Speriamo che una certa varietà di valori ed ideali, almeno nel Parlamento europeo, venga mantenuta, e non si arrivi ad un appiattimento verso il centro, come quello avvenuto in Italia. E soprattutto, non dimentichi le istanze dei cittadini, come invece sembra aver fatto fin'ora, dando priorità a Banche e Multinazionali...
Si è svolta ieri la manifestazione del PD a Roma composta da due cortei, partiti da Piazza Esedra e Piazzale dei Partigiani, confluiti al Circo Massimo. Come al solito, c’è stata una guerra di cifre sul numero di partecipanti, anche se questa volta la forbice tra i dati degli organizzatori e quelli del Ministero, è stata eccessivamente larga: 2 milioni e mezzo per i primi, 300 mila per il secondo. Al di là dei numeri c’era molta gente. Veltroni ha parlato per circa 50 minuti, con più affondi al Governo che hanno infuocato la folla.
Al Circo Massimo c’era anche l’IDV con la raccolta firme per il Referendum contro il Lodo Alfano. E anche in questo il partito di Di Pietro si è distinto da quello Democratico, visto che quest’ultimo a quello organizzato dal primo in Piazza Navona a luglio, non c’era. Sono riapparsi anche i Verdi e i Socialisti, che pure raccoglievano firme per 4 progetti di legge di iniziativa popolare: 1)Elezione di un’Assemblea costituente per riscrivere la Costituzione, 2)Riduzione delle tariffe pubbliche per difendere il potere d’acquisto delle famiglie, 3)Nuove regole per combattere la disoccupazione e ridurre la precarietà, 4)Riconoscimento delle coppie di fatto. E questo anche è un buon segno: perché se i primi riprendono ad occuparsi esclusivamente di ambiente come facevano un tempo, e i secondi prendono le distanze da sbandate a destra di mussoliniana, craxiana e berlusconiana memoria (ho accostato il Cavaliere a due grandi personaggi storici, vabbè) in favore di una politica laico-riformista, forse un centro-sinistra più credibile e davvero alternativo al centro-destra, si potrà avere.
Ora, a parte queste ultime comparse positive per motivi diversi, credo che la Manifestazione di ieri non aggiunge nulla al PD, e forse è servita solo per rinforzare la posizione interna di Veltroni. Che da domani può imporre la propria volontà all’interno del partito, forte di una Piazza che lo sostiene.
Di fatto, le ambiguità e i malumori interni al partito restano. Basta leggere le dichiarazioni del sindaco democratico di Venezia Cacciari, il quale dice di non vedere l’ora di finire il suo mandato, stanco di soggetti che sentono solo il bisogno di avere il sostegno della Piazza (Veltroni come Berlusconi); oppure Parisi, che a differenza dei vertici del suo partito, continua ad appoggiare Di Pietro nella raccolta firme contro il Lodo Alfano. A tal proposito, mentre il leader del PD continua a volerne prendere le distanze, un sondaggio dell’IPR Marketing dice proprio che i sostenitori del PD, seppur leggermente, preferiscono un’alleanza con Di Pietro anziché con l’UDC (il 52% contro il 48%); e che uno su quattro, vorrebbe un’alleanza con la sinistra massimalista. Insomma, i vertici stanno andando in una direzione opposta.
Certo, capisco anche le loro motivazioni, visto com’è andata l’ultima esperienza di Governo, dove la convivenza tra moderati e sinistroidi è durata solo 20 mesi su 5 anni a disposizione. Ma credo anche che una deriva del PD verso il centro (ciò che sostanzialmente accadrebbe se si alleasse con l’UDC e si allontanasse dall’IDV e le sinistre), porterebbe solo ad una somiglianza o comunque scarsa differenza rispetto all’altro schieramento, data l’eccessiva moderazione che questo avrebbe, dopo una siffatta alleanza. Mentre il popolo, attraverso le varie manifestazioni di piazza, discutibili e non, fa capire di volere meno posizioni morbide e composte, e più opposizione vera, frontale, sui contenuti.

Fa discutere la possibile beatificazione di Papa Pio XII, al secolo Eugenio Maria Giuseppe Giovanni Pacelli, eletto il 2 marzo 1939, quindi in un periodo di forti tensioni internazionali, culminate drammaticamente nella Seconda guerra Mondiale.
La contestazione principale che arriva sulla sua beatificazione, sta proprio nel non aver condannato i crimini nazi-fascisti, soprattutto quelli compiuti contro gli ebrei. Ultima rilevante contestazione, quella del Ministro per le Questioni sociali israeliano, Yitzhak Herzog, secondo il quale, durante l'intero periodo della Shoah, nel Vaticano sapevano bene cosa succedeva in Europa, mantenendo ugualmente il silenzio; inoltre non vi sarebbe alcuna testimonianza di passi concreti adottati dal Pontefice in difesa degli ebrei. Riassume bene questa idea israeliana sul Papa, la targa composta da una decina di righe posta sotto un'immagine di Pio XII al museo Yad Vashem, che cita: “eletto nel 1939, il Papa mise da parte una lettera contro l'antisemitismo e il razzismo preparata dal suo predecessore. Anche quando i resoconti sulle stragi degli ebrei raggiunsero il Vaticano, non reagì con proteste scritte o verbali. Nel 1942, non si associò alla condanna espressa dagli Alleati per l'uccisione degli ebrei. Quando vennero deportati da Roma ad Auschwitz, Pio XII non intervenne”.
Proprio l’esistenza di questa targa sta rallentando la beatificazione di Papa Pio XII, poiché fin quando non sarà rimossa e quindi il Mondo ebraico avrà ufficialmente rivisto la propria posizione sulla sua figura, il Papa non potrà apporre la firma decisiva per una decisione ormai già presa all’interno della Santa Sede.
Sinceramente credo che siano aspramente criticabili gli atteggiamenti della Chiesa in quel periodo nei confronti dei regimi nazi-fascisti. Del resto, la Chiesa ha avuto nei confronti del regime Fascista un rapporto pacifico, culminati di fatto nei Patti Lateranensi del ’29. Il regime fascista, d‘altronde, basò i propri valori anche sulla tutela e conservazione delle radici cattoliche italiche, e quindi cercò fin da subito l’appoggio della Santa Sede. Discorso diverso per il Nazismo, che invece non voleva intromissioni religiose nel proprio potere. Quindi, se è comprensibile un buon rapporto Stato-Chiesa nei primi anni del regime Fascista, non lo è successivamente, quando, proprio l’anno precedente a quello dell’elezione di Pio XII, il regime Fascista consolidava la propria alleanza con la Germania nazista attraverso le leggi razziali del ’38.
Certo, volendo sempre mantenere una visione globale della storia, si può dire che, come il Duce fu costretto ad un’alleanza con il Fuhrer, avendone valutato lo strapotere militare della Nazione che costui guidava, nonché il suo genio, oltre al pericolo di un’invasione sovietica, così anche Papa Pio XII, proprio per l’esistenza di un Regime comunista che incalzava nell’est Europa e che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, risultò anche tra i vincitori, si vide quasi costretto ad assumere una posizione di “silenzio assenso” verso quella parte politica diciamo meno lontana dalla Chiesa (se si guarda la situazione geopolitica dell’epoca, i Paesi nazi-fascisti, ossia Austria-Germania, Francia, Spagna, Portogallo e Italia, erano tutti collocati intorno al Vaticano, quasi come scudo al Regime Sovietico). Un atteggiamento che il Papa ebbe anche nel periodo successivo alla guerra, in piena Guerra Fredda, ponendosi come esplicito oppositore a Stalin. In effetti sappiamo quanto la Chiesa abbia inciso (e incida tutt’oggi) sulle elezioni del nostro Paese, demonizzando i partiti di sinistra. Ma all’epoca il comunismo era quello autentico, non quello che qualcuno da destra continua ancora ridicolmente ad avocare.
Però, se penso ai tanti cristiani poveri che per difendere o professare la propria fede, si sono sacrificati per essa fino alla morte, o a coloro che avevano tanto ma per essa hanno rinunciato ai propri beni materiali, bè credo che una posizione più netta e ferma da parte di un Papa, sarebbe stato un dovere nonché un esempio per i cristiani futuri.
Rinunciare momentaneamente alla sua beatificazione, in un periodo religioso già complicato di suo, credo sia un atto responsabile da parte della Santa Sede.![]()

Il Terzo settore è quel complesso di istituzioni che all'interno del sistema economico si collocano tra lo stato e il mercato, ma non sono riconducibili ne all’uno ne all’altro; sono cioè soggetti organizzativi di natura privata ma volti alla produzione di beni e servizi a destinazione pubblica o collettiva (cooperative sociali, associazioni di promozione sociale, associazioni di volontariato, ONG, ecc.). Il Terzo settore ha preso piede in Europa nella seconda metà anni ’70 e in Italia si è definitivamente consacrato negli anni ’80.
Tuttavia, come è successo in larga parte del settore statale, anch’esso è diventato un mezzo per praticare il “voto di scambio”; cosa in questo caso ancor più grave se si considera che questo settore è dedito (e per giunta inventato soprattutto per questo fine) prevalentemente ai servizi alle persone svantaggiate per motivi fisici e/o economici, vuoi per età, vuoi per handicap innati o sopraggiunti nel corso della vita, vuoi per situazioni familiari. Il tutto, per sopperire alle mancanze dello Stato o agli eccessivi costi (laddove sono previsti tali servizi) dei privati.
Un esempio lampante di questa triste lottizzazione è il caso degli OSS (Operatori Socio Sanitari) in Campania. L’OSS è quell'operatore che, a seguito dell'attestato di qualifica conseguito al termine di specifica formazione professionale (un corso formativo della durata di mille ore) svolge attività indirizzate a soddisfare i bisogni primari della persona, nell'ambito delle proprie aree di competenza, e a favorire il benessere e l'autonomia del paziente. Quindi svolge assistenza diretta alla persona e aiuto domestico, intervento igienico-sanitario e di carattere sociale, attività di supporto e integrazione nel contesto organizzativo dei servizi e di collaborazione con il personale sanitario e sociale. Gli ambiti in cui può lavorare sono principalmente le scuole accanto ai bambini diversamente abili, negli ospedali come supporto agli infermieri, a domicilio accanto ad anziani o diversamente abili in generale.
Tuttavia, qualcosa in Campania puzza di bruciato (fonte www.ossnapoli.it): all'inizio del 2006 la Regione, dimostrando tutta la sua approssimazione, ha autorizzato circa 150 Istituti con decreto Dirigenziale, per la formazione degli OSS a pagamento. Costo dell’attestato circa 1000 euro.
Nonostante l'Osservatorio Interregionale sul Fabbisogno Formativo aveva stabilito in circa 12000 unità gli OSS in Italia, la Regione Campania ha pensato bene di dare il via a corsi senza fissare tetti ed in assenza di una chiara normativa, hanno così permesso lo sfornamento di 25.000 Operatori Socio Sanitari. Tutti abbindolati con false promesse di lavoro, conseguendo l’attestato speranzosi di poter avere un lavoro stabile o precario che sia.
Da allora, tutti coloro che hanno conseguito gli attestati presso cooperative autorizzate o enti di formazione, che hanno per di più goduto di fondi europei e regionali, e che oggi si trovano senza lavoro, nonostante abbiano perso soldi e tempo, sono in continua lotta verso le istituzioni locali. Soprattutto perché, la figura degli OSS che vogliono lavorare presso le scuole, è legata alle disponibilità economiche dei singoli Comuni, che come sovente accade, tagliano sempre le spese sociali. Ed oggi, in molti Comuni della Campania, per quanto riguarda l’assistenza ai bambini diversamente abili nelle scuole, gli stessi genitori sono costretti ad andare a scuola per dar da mangiare i propri figli o portarli in bagno; e in alcuni casi, si vedono costretti a lasciare i propri figli a casa quando non possono aiutarli.
Insomma, si nega ad un bambino diversamente abile il diritto all’istruzione e più in generale, alla propria dignità di essere umano. Del resto, non si può pretendere che chi, come i collaboratori scolastici (ex bidelli), senza una preparazione adeguata, assistano tali soggetti.

La “riforma Gelmini” sta scatenando proteste in tutta Italia, sia nel mondo della scuola che in quello dell’Università, tra tagli in alcuni casi giusti e in altri ingiusti, decisioni dal discutibile riscontro psico-socialologico e pedagogico, e soliti sindacalismi da piazza.
Berlusconi ha comunque fatto sapere, mediante una conferenza stampa a Palazzo Chigi, che è intenzionato a dare disposizioni al Ministero degli interni di far intervenire le forze dell’ordine negli atenei e nelle scuole occupate, poiché, a suo dire, l'occupazione di luoghi pubblici non è un'applicazione della libertà, né un fatto di democrazia, ma una violenza nei confronti degli altri studenti che vogliono studiare.
Ora, è vero che una riorganizzazione economica degli atenei è comunque necessaria vista la sovrabbondanza di corsi di laurea che in realtà contano un numero irrisorio di iscritti, o che sono poi nulli dal punto di vista delle opportunità lavorative (frutto quindi di una confusione nelle riforme che si attuano), e quindi portano solo sprechi e disorientamenti per chi deve scegliere una facoltà dopo il diploma. E’ vero che in molti casi le occupazioni delle scuole (o altre forme di protesta quali l’autogestione ad esempio), sono più un modo per eludere le lezioni e arrivare alle feste natalizie prolungando così le ferie di due mesi a partire da ottobre (tant’è vero che stranamente dopo le feste natalizie tutte le proteste spariscono), e non sono più, anche nelle università, un momento per dibattere e vivere insieme una situazione che permetta agli studenti di confrontarsi (come è accaduto nel decennio a partire dal ’68 fino a fine anni ’70, dopo di che tali proteste si sono svuotate di contenuto). E’ vero che le scuola come le università sono state teatro di numerosi voti di scambio e lottizzazioni politiche, soprattutto da parte dei partiti di sinistra, i quali hanno trovato in queste due fondamentali “fabbriche di pensiero e cultura”, un nido dove tessere i propri futuri militanti, e quindi, come in altri settori, i Governi che si sono susseguiti hanno trovato difficile effettuare riforme che ne riducano gli sprechi e i clientelismi; il tutto, con il benestare dei sindacati. E’ vero, che la scuola italiana sta somigliando sempre più a quella che si vede nei film di Pierino, e che le università stanno diventando sempre più una fabbrica che deve sfornare laureati per pareggiare il conto con gli altri Paesi, a prescindere dalla qualità del bagaglio conoscitivo di questi. Ciò nonostante, è pericoloso il fatto che un Premier annunci di voler utilizzare, anche in questo caso (ormai l’utilizzo dell’esercito o di una qualsiasi divisa sembra essere la panacea di tutti i mali), le forze dell’ordine per liberare le scuole occupate dai protestanti. Mi sembrano parole che tuonano come una sorta di deriva autoritaria. Del resto, sono ancora fresche le immagini dei ragazzi che durante la notte nella scuola Diaz in occasione del G8 di Genova, furono malmenati nonostante fossero inermi; e danno dopo la beffa, l’ingiustizia che hanno subito non è stata ancora ripagata a distanza di oltre 7 anni.
La soluzione diplomatica e di buon senso sarebbe stata, di fronte al dilagarsi della protesta nelle strade e negli edifici stessi, quella di convocare un tavolo con i sindacati, e non minacciare la repressione con la forza. Ripeto, nonostante tutti gli aspetti che poco fanno onore al Mondo della scuola e dell’Università prima indicati. Ma un Governo democratico ha il dovere di utilizzare tutti gli strumenti offertigli dalla diplomazia e dalla democrazia sui quali poggia il sistema che gli da l’autorizzazione a governare.
Il Governo italiano ritiene che, in un momento economico così delicato per il nostro Paese (come del resto lo è per tutto l’Occidente), sia inopportuno partecipare alla direttiva europea “20-20-20” che prevede una graduale riduzione delle emissioni di anidride carbonica, e investimenti in energie alternative.
Le ragioni del dissenso sono dovute al fatto che per l’Italia aderire al piano costerebbe tra i 18 e i 25 miliardi l'anno, pari a circa l'1,14 del PIL, mentre per la Commissione europea si tratterebbe dello 0,66%. Inoltre, il Governo italiano ritiene che misure positive per l’ambiente siano già previste dal trattato di Kyoto e quindi un ulteriore provvedimento al riguardo sia alquanto superfluo; oltre poi a contestare il fatto che diversi Paesi “emergenti”, soprattutto Cina, India e Brasile, siano altamente inquinanti, ma al di fuori di restrizioni. Pertanto, non deve essere sempre l’UE a muovere i primi passi e fare da “Don Chisciotte della Mancia” contro l’inquinamento. E anche gli USA non sono così virtuosi nel rispetto dell’ambiente. Ma stando ad alcune stime, anche questi ultimi stanno virando verso le energie rinnovabili, riducendo anche l’utilizzo di energia nucleare; e anche la stessa Cina sembra volersi impegnare positivamente per l’ambiente, anche per ottenere aiuti tecnologici dall’Occidente.
La direttiva europea viene inoltre vista positivamente anche dagli stessi industriali e ovviamente dagli ambientalisti. I primi ritengono che i benefici climatici siano superiori ai costi da sostenere, mentre i secondi, oltre chiaramente alla mera questione ambientale, ritengono che benefici se ne potranno trarre anche dal punto di vista economico, con sensibili riduzioni di importazioni di idrocarburi dall’estero, nonché dei costi per contrastare l'inquinamento.
L’UE ha comunque fatto sapere di essere intenzionata ad andare avanti, tramite lo strumento della “maggioranza qualificata”, senza poteri di veto. Del resto, come hanno dichiarato alcuni Ministri dell’Ambiente degli altri Paesi europei, i rappresentanti dell’Italia hanno mostrato le loro critiche e le spalle larghe solo ai media nazionali, mentre in sede di discussione europea, si sono ridimensionati. Solito teatrino insomma. In Europa contiamo molto poco, soprattutto nelle decisioni che contano. E poi, come già siamo stati abituati a vedere in pochi mesi di vita dell’attuale Governo, i Ministri hanno una tale personalità e competenza, che finiscono sempre con l’aver bisogno di un ulteriore intervento del Premier. Non poteva esimersi da questo teatrino, la Prestigiacomo, nominata Ministro dell’Ambiente…
Comprendo comunque le ragioni del dissenso italiano. L’UE dovrebbe alzare la voce nei confronti dei Paesi che inquinano ma non vogliono sentir parlare di rispetto dell’ambiente. E’ facile, barando le regole e non giocando alla pari, per Paesi come Cina ed India, raggiungerci economicamente. Restare cioè fuori da certi doveri, non solo dal punto di vista dei diritti umani, ma anche di quelli ambientali. D’altronde però, sappiamo quanto l’UE sia poca cosa dal punto di vista politico e finisca solo per farsi una guerra interna tra i Paesi membri, mentre nei rapporti con il resto del Mondo viva posizioni diverse, a seconda delle convenienze di ogni singolo membro nei confronti di questo o quel Paese.

Secondo l'ottavo rapporto sulla povertà della Caritas italiana - Fondazione Zancan, basato sui dati Istat, un italiano su quattro è povero o rischia seriamente la povertà.
Analizzando nel dettaglio i dati, si evince che il 13% degli italiani è povero, ossia vive con meno di 500-600 euro al mese. Sono povere le famiglie con anziani (in particolare se autosufficienti) ed è povero pure un terzo delle famiglie con tre o più figli (di cui la metà di queste vive al Sud). Insomma avere più figli, e/o anziani in famiglia, aumenta il rischio di povertà.
Se però 7 milioni di italiani sono poveri, altrettanti sono quelli che si trovano appena al di sopra della soglia di povertà. Ecco spiegato il perché si parla di un italiano su 4 (circa 15 milioni di persone povere o quasi su circa 60 milioni). Ciò significa che, a parte il così detto “ceto basso”, anche il ceto medio rischia fortemente, con una parte di questo, definito “ceto medio-basso” che si trova sull’orlo del collasso economico. Gli operai quindi, e in parte gli impiegati.
Qualcuno dirà che si è scoperta l’acqua calda, e che i problemi sono soprattutto legati all’introduzione dell’Euro. Ciò è in parte vero, perché il problema non è l’Euro in sé, che anzi ci ha salvato da una congiuntura economica ancor più grave, vista la debolezza della Lira, ma la causa principale dell’innalzamento mostruoso del costo della vita proviene soprattutto dalle speculazione che i commercianti (intendendo con questi tutta la catena dal produttore al consumatore, quindi non solo il dettagliante) hanno attuato nella conversione dei prezzi dei prodotti dalla lira all’euro, oltre alle carenze strutturali relative al settore energetico che ci obbliga a sottostare ai prezzi impostici dai fornitori (di qui le bollette salate), e la mancanza nel nostro Welfare di ammortizzatori sociali, capaci di tamponare eventuali carenze economiche provenienti da redditi bassi. Il tutto aggravato da una situazione occupazionale basata sempre più sulla precarietà e da stipendi che non seguono l’andamento del costo della vita.
In Italia le politiche sociali attuate dai governi, vanno a beneficio soprattutto del sistema pensionistico (l’anno scorso quasi il 70%). Ma dare qualche decina di euro annua di pensione in più, non aiuta certo a mitigare il problema.
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