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Gli ultimi due casi, più o meno clamorosi, di Stefano Cucchi e Diana Blefari, seppur nella loro diversità, riportano in luce un fenomeno tanto grave quanto taciuto, delle morti nelle carceri italiane; vuoi per suicidio, vuoi per omicidio, vuoi per cause incerte spesso mai volutamente accertate.
Solo quest’anno, ad ora nelle carceri italiane sono morti 146 detenuti, di cui 59 per suicidio; i suicidi riguardano prevalentemente i detenuti più giovani: i 10 «morti di carcere» più giovani del 2009 sono tutti suicidi e due di loro avevano solo 19 anni. Le morti per «cause da accertare» sono più numerose di quelle per «malattia». I dati complessivi del 2009 denunciano un aumento di ben 20 suicidi rispetto ai primi 10 mesi del 2008, mentre il totale delle morti «di carcere» hanno già superato il totale dello scorso anno: 146 contro 
Per quanto riguarda il caso del romano Stefano Cucchi, 31 anni, egli è stato arrestato il 15 ottobre scorso per droga al Parco degli acquedotti di Roma, ed è morto all'ospedale Sandro Pertini il 22, dopo essere passato per gli ambulatori del Tribunale, del carcere di Regina Coeli e dell'ospedale Fatebenefratelli, senza avere mai la possibilità di essere visitato dai parenti.
Sul suo corpo sono stati ritrovati lividi e ferite, nonché uno stato di denutrizione; sebbene il ragazzo fosse già molto magro di suo. Se il Governo genericamente si è dimostrato favorevole allo svelamento della verità su quanto è accaduto (e ci mancherebbe), aberranti sono le dichiarazioni di chi detiene le chiavi del Ministero della Difesa, con La Russa che ha preso a priori le difese dei carabinieri e ha affermato che ad occuparsi del caso devono essere i Ministeri dell’interno e della Giustizia; mentre il sottosegretario alla Difesa Giuseppe Cossiga (figlio di Francesco Cossiga, eh vabbè…), ha puntualizzato che pur in assenza di precisi elementi di conoscenza, si conferma fino a prova contraria la tradizionale vicinanza del ministero ai militari, e che l’Arma ha sempre operato e sempre opererà con assoluta decisione e severità. Con quel padre che ha, il quale negli anni ’70 da Ministro della difesa, per sua stessa recente ammissione, faceva infiltrare i carabinieri tra gli studenti che manifestavano con l’obiettivo di creare caos e quindi le condizioni per un giustificato intervento repressivo delle forze dell’ordine nei loro confronti, non mi aspetto di meglio.
L’altro caso, quello di Diana Blefari, ex neobrigatista autrice dell’omicidio del giuslavorista Marco Biagi (reo per le BR di lavorare in favore della precarizzazione del mercato del lavoro e quindi contro gli interessi dei lavoratori), si è consumato sabato sera, quando si è suicidata nella sua cella singola a Rebibbia, impiccandosi con lenzuola tagliate e annodate attorno al collo.
Per il suo avvocato, come per l’Associazione Antigone che si batte per i diritti nelle carceri, si tratta di una morte annunciata, poiché la donna già da diverso tempo soffriva di gravi patologie psichiche e ne avevano richiesto il trasferimento presso una clinica. La Blefari si trovava per di più in una cella singola, passando la maggior parte del tempo a letto e al buio, rifiutando spesso cibo e medicine. Nel 2008 la brigatista, in un momento di particolare tensione emotiva, aggredì un agente di polizia penitenziaria (il 23 novembre prossimo sarebbe dovuto cominciare il processo).
Forse un altro caso di “due pesi, due misure”, pensando a quanti ricevono particolari sconti e trattamenti speciali quando i loro avvocati si battono per presunti loro problemi psichici, con molto successo soprattutto quando si tratta di politici e imprenditori. Un terrorista che invece colpisce un membro dello Stato deve marcire in carcere, da solo, al buio, anche quando soffre di depressione e fisicamente si sta lasciando andare.
Ma c’è anche un altro elemento che deve far discutere: molto probabilmente la terrorista aveva deciso di svelare elementi ritenuti utili agli investigatori per far luce sugli omicidi D’Antona e Biagi, e giungere all’individuazione di altri personaggi coinvolti nelle Nuove Brigate Rosse. Avrebbe potuto svelare molti punti oscuri dell’organizzazione, a cominciare dalle armi e dal nascondiglio dove sarebbero state celate, compresa la pistola usata per uccidere i due giuslavoristi. Come spesso è accaduto, chi decide di fare nomi e svelare particolari fondamentali su organizzazioni criminali o singoli, stranamente a pochi giorni dalle interrogazioni viene colto dalla voglia di farla finita e suicidarsi.
Un altro caso che forse non sarà mai del tutto risolto, ma che se non altro, deve far riflettere sul crescente numero di morti nelle nostre carceri.
(Fonti: La Stampa, Federazione “Ristretti Orizzonti”)
