Qui racconterò le mie verità, le verità SUPPOSTE...
"E ho ancora la forza di scegliere parole, per gioco o per il gusto di potermi sfogare... Perchè, che piaccia o no, è capitato che sia quello che so fare..."
(Luciano Ligabue)

Utente: LucaScialo
Nome: Luca Scialò
Ho 28 anni, di Napoli, Sociologo, scrittore ed Operatore sociale.
Ho pubblicato cinque libri (di cui troverete i relativi Banner su questo lato scorrendo il Blog, per eventualmente poterli acquistare):
1."LE STRAGI DIMENTICATE" sul Terrorismo di estrema destra attivo in Italia tra gli anni '60 e gli anni '80;
2."IL CROLLO DELLE CERTEZZE", ossia una mia analisi sociologica sui processi che hanno caratterizzato l'approdo all'attuale società contemporanea;
3."ADDIO ALLE ARMI", analisi storica dei principali partiti di massa di destra e di sinistra, fino all'epilogo attuale.
4."ALL'ITALIA", raccolta di foto a monumenti o bellezze naturali scattate in giro per l'Italia tra il 2003 e il 2008.
5."IL CAPITALISMO AVEVA VINTO", Cronistoria del trionfo prima, ed il crollo poi, di un’ideologia che, dopo aver perso il suo principale avversario crollato sulle proprie gambe, il Comunismo, sembrava ormai destinata ad essere il modello dominante per i sistemi socio-economici e culturali del Mondo intero: il Capitalismo.
Cresciuto tra il "comunismo rivoluzionario" di mio padre e la "morale cattolica" di mia madre, politicamente mi descrivo un estimatore del "socialismo europeo", ossia del modo laico-riformista di cambiare la società, con un occhio di riguardo verso i socialmente svantaggiati, senza cercare un "conflitto di classe" con i capitalisti o gli aristocratici, bensì un dialogo costruttivo; nè senza l'appiattimento dell'economia in chiave statalista.
PER CONTATTARMI: lucascialo@virgilio.it



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mercoledì, 11 novembre 2009

ISCHIA, L’ISOLA CHE FRANA

Nuova tragedia annunciata sull’isola di Ischia (NA): ieri, causa una grossa frana staccatasi da un costone di montagna, nei pressi del porto di Casamicciola, è rimasta uccisa una ragazza di 15 anni, Anna De Felice, mentre i feriti e i contusi sono una ventina. La tragedia poteva essere ancora più grave considerando che la frana è crollata proprio al passaggio di molte auto, al bordo delle quali si trovavano genitori che accompagnavano i figli a scuola, o molti che si recavano al lavoro.

Lo smottamento è avvenuto in località Tresca e ha riguardato il Monte Epomeo, e si ipotizza che ad aver causato la frana siano stati i vari incendi esplosi in zona questa estate, che avrebbero così generato un ampio disboscamento. Il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, si dice rammaricato poiché i tanti lavori di manutenzione non sono stati sufficienti, e, come spesso ha ribadito in più occasioni, in Italia serve un grande progetto di manutenzione e di messa in sicurezza su tutto il territorio italiano; altrimenti alle prime piogge di una certa intensità, accadranno sempre tragedie simili.

Sempre ad Ischia, nel 2006, ci furono quattro morti per lo smottamento di un costone di montagna; allora a cedere furono le pareti del monte Vezzi, che precipitarono su un casa in cui dormivano sei persone. Solo due furono estratte vive.

La casa colpita da quella tragedia aveva beneficiato di un condono; e ciò fa ritornare in ballo per l’ennesima volta il discorso sull’irresponsabilità di chi ci amministra, poiché in nome del consenso popolare, preferisce avallare e legittimare ciò che nei fatti è illegittimo e dannoso per l’ambiente, mettendo in serio pericolo la vita di chi poi in quelle strutture ci va ad abitare, in modo ignaro o ingenuamente consensuale. Fu così anche per la strage di Messina, e molte altre in passato; e chissà quante altre ancora ne dovranno capitare, essendo sì arrivate le insistenti piogge autunnali, mentre per la messa in sicurezza del territorio non è arrivato nulla.
(Fonte: Il Corriere della sera)


Di seguito riporto l'autorevole posizione di Legambiente Campania sul dissesto idrogeologico in cui versa la Regione Campania:
Negli ultimi anni, soprattutto a seguito dei tragici eventi che hanno colpito alcuni territori della regione Campania, di cui sicuramente quelli di “Sarno 1998” rappresentano l’emblema, è notevolmente cresciuta l’attenzione alle problematiche del dissesto idrogeologico.
Oggi c’è anche la consapevolezza della estrema diffusione di queste problematiche: secondo la classificazione effettuata nel 2003 dal Ministero dell’Ambiente e dall’Unione delle Province Italiane, in Campania risultano esposti a rischio e pericolosità per le classi elevato e molto elevato ben 474 comuni, pari all’ 86% del totale, per una superficie complessiva pari a 2253,1 Kmq, corrispondente al 16,5 % del territorio.
A fronte della estrema diffusione del problema al fine di tutelare l’incolumità delle persone esposte è chiaramente impensabile poter attuare in tutti i contesti ed in tempi rapidi interventi materiali “di messa in sicurezza”.
Diversamente, tenuto conto che tra le varie tipologie di dissesti una gran parte, che tra l’altro include le più significative in termini di rischio, è rappresentata da quelle attivate da eventi di pioggia, per tali l’unica ragionevole modalità di intervento nel breve termine, che è di tipo “non strutturale”, è la predisposizione ed attivazione dei sistemi di protezione civile locale presso i comuni. L’esperienza ha infatti insegnato che i sistemi di previsione ed allerta e i piani di emergenza comunali, aggiornati e conosciuti dalle popolazioni affinché si sappia esattamente cosa fare e dove andare in caso di emergenza, possono efficacemente fare fronte alle problematiche e quindi salvare le vite umane. Al riguardo la nostra indagine annuale “Ecosistema Rischio - Monitoraggio sulle attività delle amministrazioni comunali per la mitigazione del rischio idrogeologico”, condotta in collaborazione con la Protezione Civile Nazionale continua purtroppo ad evidenziare una situazione sconfortante ed una forte sottovalutazione dell’approccio.
Quindi, è ragionevole che solo dopo aver assicurato quanto possibile fare nel breve termine per la tutela della incolumità delle persone si proceda in modo organico e secondo i gradi di priorità nella riduzione delle singole situazioni di rischio con interventi strutturali.
D’altro canto, in ragione delle caratteristiche intrinseche, gli interventi strutturali attengono propriamente all’ordine temporale del medio-lungo termine. Gli interventi che vanno dalle opere di tipo passivo, atte a contenere gli effetti dei dissesti (realizzate con le tecniche dell’ingegneria convenzionale e della cd. Ingegneria Naturalistica ex D.P.G.R. Campania n. 574 del 22 luglio 2002), a quelle di tipo attivo, volte ad agire sulle cause determinanti (gestione ed uso del suolo), alle delocalizzazioni, non possono che essere, quindi, il risultato di una attenta pianificazione di Bacino. Una pianificazione che individua le priorità di intervento in area vasta in funzione dei differenziali di rischio tra i contesti e le migliori pratiche del caso sulla base di valutazioni comparative (Analisi Costi Benefici, Valutazione di Impatto Ambientale, Valutazione di Incidenza, Valutazione Ambientale Strategica, ecc.), assicurando efficacia e efficienza ed economicità. Tra le opzioni la delocalizzazione è sicuramente la via più sensata da percorrere anche perché a fronte di condizioni di rischio idrogeologico acclarate difficilmente si riesce a garantire la sicurezza al 100% con opere di tipo passivo (vasche di accumulo, barriere paramassi, ecc.).


 


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martedì, 10 novembre 2009

I RESPONSABILI DEI CRIMINI NELLA EX JUGOSLAVIA NON PAGHERANNO MAI SUL SERIO

Biljana Plavsic, ex presidente dei serbi di Bosnia Erzegovina condannata nel 2003 a 11 anni di reclusione per crimini contro l'umanità commessi durante la guerra in Bosnia Erzegovina, è stata rilasciata in Svezia, dove scontava la pena cui l'aveva condannata il Tribunale penale internazionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia.

Plavsic, 79 anni, ha scontato la pena nel carcere di Hinseberg, 200 chilometri ad ovest di Stoccolma. La Svezia aveva recentemente comunicato alla corte dell'Aja della possibilità di un rilascio anticipato per la Plavsic, mossa alla quale la Corte non si era opposta.

La Plavsic aveva riconosciuto le proprie responsabilità in quanto vice presidente dell'autoproclamata repubblica serba di Bosnia nella campagna di persecuzione e pulizia etnica attuata dalle forze serbe contro i musulmani e i croati della ex repubblica jugoslava, la quale portò alla morte di 100.000 persone tra il 1992 e il 1995. Plavsic era diventata presidente della “Republika Srpska” nel 1996 dopo la fine della guerra e la fuga di Radovan Karadzic. Si consegnò volontariamente ai giudici dell'Aja nel 2001 e nell'ottobre del 2002 ha ammesso a propria colpevolezza. Gesto che l’ha salvata a quanto pare.

Radovan Karadzic, arrestato nel luglio del 2008 dopo anni di clandestinità ha invece visto da poco iniziare il suo processo presso l’Aja; processo che però è stato già rinviato due volte poiché l’imputato non si è presentato, né vuole un avvocato. I giudici hanno comunque fatto sapere che il processo andrà avanti, con o senza un avvocato d’ufficio per Karadzic, ma soprattutto, con o senza quest’ultimo, imputato principale. Pare però che si sia convinto a collaborare.

Nel 1989 fu tra i protagonisti della fondazione in Bosnia Erzegovina del Partito Democratico Serbo (Srpska Demokratska Stranka) che si proponeva di proteggere e rafforzare gli interessi dei serbi di Bosnia Erzegovina. Il 3 marzo 1992 un referendum cui avevano partecipato solo i croato-bosniaci e i bosniaci musulmani (mentre era stato boicottato dai serbi di Bosnia), sancì l'indipendenza della Repubblica dalla Jugoslavia. Poco più di un mese dopo la Bosnia Erzegovina venne riconosciuta dall'Onu come stato indipendente e sovrano, ma i serbi di Bosnia non riconobbero il nuovo Stato e proclamarono la nascita nei territori a prevalenza serba della Repubblica Serba (Republika Srpska), di cui Karadzic divenne Presidente.

E' accusato di aver ordinato la "pulizia etnica" di popolazioni bosniache e croate. La doppia accusa di genocidio nei suoi confronti è collegata a due terribili momenti del conflitto: la strage di Srebrenica e l'assedio di Sarajevo. Stragi che mostrarono ancora una volta l’impotenza e l’inefficienza dell’ONU.

A distanza di quasi 15 anni dalla fine di quelle tragiche pagine della storia jugoslava e dell’umanità in generale, non è ancora stata fatta giustizia; con una responsabile che ha scontato solo 9 anni di carcere, e un altro responsabile che, dopo essere riuscito a scappare per oltre 10 anni, ora sbeffeggia il Tribunale penale internazionale contro i crimini di guerra nella ex Jugoslavia (Aja), non presentandosi agli appelli.

(Fonti: LaRepubblica, Wikipedia)


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lunedì, 09 novembre 2009

VENT’ANNI FA CROLLAVA IL MURO DI BERLINO

Vent’anni fa accadeva l’evento destinato a cambiare le sorti politico-economiche del Mondo: la caduta del Muro di Berlino. Tale avvenimento segna la tappa fondamentale di quel processo basato sulla distensione sul piano dei rapporti internazionali tra Stati Uniti d’America e Unione Sovietica1, da ormai trent’anni in piena Guerra Fredda. Un conflitto definito in tale modo poiché due blocchi contrapposti, capeggiati rispettivamente da queste due grandi potenze militari, divisi convenzionalmente secondo la loro posizione geografica, in Ovest (USA, Paesi NATO ed altri Stati filo-americani non membri della NATO) ed Est (URSS, Paesi firmatari del Patto di Varsavia e altri stati filo-sovietici non rientranti in quest’ultimo), diedero vita ad una tensione basata non su una guerra disputata in modo convenzionale, ossia con le armi, ma a colpi di conquiste geografiche, appoggi militari a piccoli Stati impegnati in conflitti qua e là nel Globo, acquisizioni o produzioni di armi sofisticate e ad alto potenziale distruttivo, nonché ricerche scientifiche.

La svolta che favorì la distensione è stata individuata da molti storici e politologi nella nomina a Segretario generale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica (PCUS), di Mikail Gorbaciov4, l’11 marzo del 1985, succeduto ad un altro storico Segretario, Leonid Brežnev, il quale durante il suo incarico, portò l’Impero Sovietico

alla stagnazione economica e ad aspri rapporti con gli USA. Gorbaciov, infatti, durante il suo mandato, avviò alcune riforme che portarono lentamente l’Impero sovietico alla sua democratizzazione (ciò gli valse il premio Nobel per la pace nel 1990); riforme riguardanti sia il sistema economico che mediatico.

Altro duro colpo al regime fu la crescente spinta nazionalista ed indipendentista di alcuni Stati federali facenti parte dell’Impero Sovietico, i quali presero coraggio nel

contrastare, almeno politicamente, lo Stato centrista; iniziarono l’Estonia, la Lituania e la Lettonia, poi l'Ucraina, la Georgia e l'Azerbaijan6.

Un accenno va però dedicato anche a ciò che accadde durante gli anni ’80, alla parte convenzionalmente ritenuta avversa agli URSS, ossia gli Stati Uniti D’America.

Nella prima metà degli anni ’80, guardando chi era alla guida rispettiva dei due Paesi, nessuno forse avrebbe scommesso sul disgelo tra USA e URSS. Se infatti quest’ultimo era guidato da Brežnev, un conservatore che come detto portò il Paese alla stagnazione economica e all’inasprimento dei rapporti con gli americani, nel primo le elezioni presidenziali del 1981 furono vinte dall’ex attore Ronald Reagan, repubblicano, dalle idee antistataliste e liberiste (e quindi è facile immaginare

quanto lontane da quelle sovietiche).

Quando Regan entrò in carica, gli USA versavano in un momento economico difficilissimo, Egli così decise di mettere in pratica le teorie liberiste in cui credeva (tra cui la “curva di Laffer”, nonché seguendo la scia di ciò che in Gran Bretagna stava facendo il Primo Ministro liberista Margaret Thatcher), convinto che le tasse americane fossero troppo alte, e una loro diminuzione avrebbe portato ad una crescita delle entrate e a maggiori investimenti, con un effetto benefico per l'economia.

Comunque, la diminuzione delle tasse aumentò i consumi, e contribuì ad invertire la congiuntura economica, e dal 1982 al 1990, gli USA conobbero un periodo di crescita

economica ininterrotto. Il tutto facilitato dal conflitto tra Iran e Iraq, che scatenò una sorta di crisi petrolifera alla rovescia, poiché le due nazioni cominciarono a svendere

sempre più oro nero per finanziare la propria guerra.

Per quanto riguarda la politica estera (che ci riguarda più da vicino ai fini del ragionamento condotto in quest’opera), Reagan inizialmente inasprì fortemente i rapporti con l’Unione Sovietica, da lui definita, nel 1983, come “Impero del Male”; anche con altre potenze europee i rapporti non erano certo facili, in virtù del modo unilaterale da lui scelto per agire nelle questioni internazionali. Di contro, migliorarono molto i rapporti con la Cina, un alleato che Reagan ritenne strategico nella Guerra Fredda contro i sovietici.

Tuttavia, i rapporti con l’URSS migliorarono dopo la nomina di Gorbaciov a Premier, più aperto come detto al mercato e ai rapporti internazionali. Reagan è anche ritenuto il principale fautore della svolta epocale costituita dalla fine del Regime sovietico.

Chissà quanto di vero ci sia in ciò; certo è che senza una forte volontà al cambiamento, interna alla stessa URSS, le cose difficilmente sarebbero cambiate. E’ un po’ come chiedersi se è nato prima l’uovo o la gallina.

E’ comunque parere diffuso che l’inizio della fine del Regime Sovietico sia da attribuire al crollo del muro di Berlino, avvenuto il 9 novembre 1989. Prima di parlare della sua fine, è giusto descriverne l’origine.

Innanzitutto, bisogna dire che il muro fu costruito per impedire la fuga di persone dalla Germania Est comunista. La Germania, infatti, in seguito al Congresso di Yalta poco prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, fu divisa in 4 aree amministrate dai Paesi ritenuti vincitori della guerra, che così potevano rivalersi sulla Germania ritenuta principale responsabile del conflitto, sotto la guida nazista: Unione Sovietica, Stati Uniti d'America, Regno Unito e Francia (il primo controllava tutta la Germania Est, gli altri la Germania Ovest). Il settore sovietico di Berlino era però di gran lunga il più esteso, e occupava la maggior parte della metà orientale della città, tant’è che Berlino Ovest (amministrata appunto da USA, Francia e Regno Unito)

era in effetti completamente circondata dalla zona destinata ai sovietici.

Inizialmente però, le persone site su territorio tedesco potevano circolare liberamente da una zona all’altra; tuttavia, man mano che la Guerra Fredda entrava nel vivo, ma soprattutto in virtù di un’emigrazione di massa dalla Germania Est a quella Ovest (quest’ultima più ricca e prospera della prima), la Repubblica democratica tedesca

(in sintesi, la Germania Est), innalzò una barriera di filo spinato per dividere anche fisicamente la città di Berlino in due parti, nella notte tra il 12 e il 13 agosto del ’61; ma già dal 15 agosto cominciò a prendere forma un vero e proprio muro di cemento e pietra. Negli anni seguirono costruzioni sempre più imponenti, fino ad arrivare al 1975, anno in cui oltre al muro vi erano recinzioni, trincee anticarro, oltre 300 torri di guardia con cecchini armati, trenta bunker e una strada illuminata per il pattugliamento lunga 177Km.

La vera svolta politica che mise in discussione il muro, non fu la politica interna ed internazionale di Gorbaciov bensì fu un altro avvenimento: il 23 agosto 1989, l'Ungheria rimosse le sue restrizioni al confine con l'Austria, e ciò permise nel mese successivo a ben 13.000 tedeschi dell'Est, di scappare

attraverso l'Ungheria, e agli occhi del Mondo, la Germania Est non poteva più nascondere l’insofferenza del suo popolo. Ma la vera goccia che fece traboccare il vaso, nell’autunno seguente, fu un errore di comunicazione da parte del Governo della Repubblica democratica tedesca, nel concedere permessi per viaggiare nella Germania dell’Ovest; di fatti, alle persone fu detto di poter raggiungere l’altra parte del muro, senza che però i vertici stessi specificassero ancora le restrizioni, le eccezioni, e soprattutto, preparassero al tutto le guardie messe di piantone nei pressi del muro. Così, decine di migliaia di berlinesi dell’Est, avendo visto l’annuncio di Schabowski, Ministro della Propaganda, in diretta alla televisione, si precipitarono inondando i checkpoint e chiedendo di entrare in Berlino Ovest. Le guardie di confine, sorprese, iniziarono a tempestare di telefonate i loro superiori, ma era ormai chiaro che non era più possibile rimandare indietro tale enorme folla vista la mancanza di equipaggiamenti atti a sedare un movimento di tali proporzioni; così si videro costrette ad aprire i checkpoint e far passare i berlinesi dell’Est, che in festa, si

abbracciarono con quelli dell’Ovest. Siamo nel 9 novembre 1989, che di fatto, è considerata la data che sancisce il crollo del muro di Berlino.

Il muro fu dapprima lentamente fatto a pezzi dai Berlinesi stessi e dagli stranieri accorsi lì per portarsi a casa un pezzo di souvenir storico, nei giorni e settimane successive a quell’episodio. Ma ufficialmente il suo abbattimento iniziò il 13 giugno 1990, anche se non è stato abbattuto del tutto, utilizzando alcune parti come luoghi turistici e di memoria.

La Germania fu ufficialmente riunificata il 3 ottobre 1990 (divenuto di fatto il "Giorno della riunificazione"), quando i cinque stati federali (Brandeburgo, Meclenburgo-Pomerania Occidentale, Sassonia, Sassonia-Anhalt e Turingia), già esistenti nella Repubblica Democratica Tedesca ma aboliti e trasformati in Province, si ricostituirono e aderirono formalmente alla Repubblica Federale di Germania (Germania Ovest). Dal momento in cui i nuovi cinque Länder entrarono nella Repubblica Federale, l'area di applicazione del Grundgesetz (Legge fondamentale, l'equivalente tedesco della nostra Costituzione) fu semplicemente ampliata ad essi

includendoli.

Il crollo del Muro ebbe un significato non solo fondamentale per la storia politica, culturale, sociale ed economica della Germania, che così poteva ritornare unita e libera dopo quarant’anni di divisione e oppressione comunista (almeno nella parte Est, che di fatto, al momento della riunificazione, si mostrò più arretrata economicamente della parte Ovest), ma anche un significato non certo positivo, come invece fu per la Germania, per la stessa Unione Sovietica, poiché in questo modo, perdeva un simbolo di grande prestigio ed influenza sul piano dei rapporti internazionali.

Ai fini della dissoluzione dell’URSS, oltre ai fatti di politica estera ed economica prima menzionati, ad essere decisivi furono ovviamente i fatti di politica interna; in particolare, un uomo politico su tutti: Boris Eltsin.

La sua carriera politica interna al PCUS è stata caratterizzata dagli scontri con l’ala conservatrice del partito, essendo lui un fervente sostenitore dell’ala radicale

riformatrice; la sua linea ferma e intransigente gli permise di diventare deputato al Congresso del popolo della Federazione nel marzo 1990, e il 29 maggio dello stesso

anno divenne Presidente del Parlamento; nominato poi, il 12 giugno del 1991, Presidente della Federazione russa, eletto a suffragio universale con il 57% dei voti21.

Nonostante la sua contrapposizione con Gorbaciov, paradossalmente, fu egli stesso determinante nella difesa della figura di quest’ultimo, nei giorni del tentato colpo di

stato del 19-21 agosto 1991, quando si schierò apertamente contro i conservatori golpisti, e chiese il ritorno di Gorbaciov, prigioniero nella sua dacia in Crimea da 3

giorni. L’episodio però fu utilizzato da Eltsin per sottolineare la debolezza della figura di Gorbaciov23 (che infatti si dimise a fine dicembre ’91), e la necessità di porre fine all’Unione Sovietica, nonché aumentare i consensi in proprio favore.

L’8 dicembre 1991, i Presidenti di Russia, Ucraina e Bielorussia firmarono a Belavezha il trattato che sanciva la dissoluzione dello Stato sovietico, e di fatto, la nascita della Comunità degli Stati Indipendenti, cui aderirono altri 8 Stati dell’ex URSS il 21 dicembre dello stesso anno; mentre la Georgia (Stato che si era proclamato indipendente nell’aprile di quell’anno), solo nel ’94. In realtà, la CSI, vista da molti come speranza per un futuro di pace, nonché di prosperità socio-economica per gli stessi Paesi membri (i quali, dopo il crollo della “maschera” dell’URSS, si erano rivelati allo sguardo dell’opinione pubblica in una situazione molto critica da quel punto di vista), mostrò invece la sua debolezza politica, nonché un sostanziale controllo ed ingerenza della Russia nei confronti degli stati ex membri dell’URSS.

Insomma, da questo punto di vista non c’era stata alcuna svolta.

Del resto, oltre alle difficoltà economiche prima accennate, l’iniziale allentamento di un controllo politico-militare forte a livello centrale, aveva disvelato i vari conflitti etnici tra le popolazioni occupanti quei vastissimi territori collocati tra Europa e Asia: basti pensare alle guerre civili in Georgia, Moldavia, Tagikistan, nella regione del

Caucaso, al conflitto tra Armenia e l'Azerbaigian, e forse il più aspro e noto di tutti, al conflitto russo-ceceno.

Il crollo dell’URSS ebbe un effetto domino sugli altri regimi comunisti dell’Est europeo.

Ad anticipare il crollo dell’URSS, ci pensarono gli altri Paesi comunisti del Patto di Varsavia, ossia quel trattato elaborato dal Segretario generale sovietico Nikita

Il primo Paese a rovesciare i comunisti al potere, fu forse quello più travagliato dalle dittature nel corso del ‘900, avendo subito le oppressioni sia naziste, che comuniste: la Polonia; poi toccò all’Ungheria, Cecoslovacchia, Bulgaria

Diverso il rovesciamento del regime comunista in Romania, dove Ceausescu, al potere dal 1965, riusciva ancora in quegli anni, a mantenere un certo controllo sul popolo. Poi, il 25 dicembre sempre dell’89, dopo una rivolta popolare in seguito all’arresto di un vescovo, il dittatore e sua moglie furono consegnati dalla polizia all’esercito, e dopo un processo sommario durato meno di un’ora da parte di un tribunale militare improvvisato, la coppia fu condannata a morte e fucilata, da

altrettanti improvvisati esecutori.

Tragica fu anche la rivolta in Albania, dove il regime comunista svelò tutti i limiti e i problemi socioeconomici albanesi, tant’è che tra il ’90 e il ’91, e successivamente nel ’97, seguitarono emigrazioni di massa verso l’Italia (in Puglia, ricorderete i barconi carichi di disperati), e la vicina Grecia.

Ultimo atto importante del crollo dell’URSS fu lo scioglimento del Patto di Varsavia;

con il rovesciamento dei regimi comunisti in tutti i suoi Stati membri, il Patto di Varsavia non aveva più ragion d’essere. Di fatto, il 1º luglio 1991, ne fu firmato a Praga il protocollo ufficiale di scioglimento, e, come segno dei tempi che cambiavano, alcuni anni dopo, ossia il 12 marzo 1999, alcuni ex membri del Patto di Varsavia aderirono alla NATO: Repubblica Ceca (ex Cecoslovacchia), Ungheria e Polonia, quelli che più di tutti, avevano sofferto la repressione sovietica.

Con il crollo del Muro di Berlino, molti credevano che il Mondo avesse vissuto decenni e decenni di pace. Nei fatti, invece, è stato il contrario, visto che tale evento ha “scongelato” e fatto emergere i contrasti tra gli Stati prima subordinati sotto una stessa egemonia (come in Jugoslavia o URSS), oltre poi ad aver fatto perdere agli USA quel contrappeso che ne frenava le operazioni militari, ovvero l’URSS. Giusto per citare qualche conflitto: le due guerre in Iraq, nell’ex Jugoslavia, l’intifada tra Israele e Palestina, il conflitto in Afghanistan, in Cecenia…

Infine, da diversi sondaggi agli abitanti dell’ex Germania est e dalle ultime votazioni presidenziali in Germania, pare proprio che una parte dei tedeschi una volta subordinati all’ex URSS, quasi rimpiangono quegli anni.

Sul crollo del Muro di Berlino e sul susseguente dominio del Capitalismo nel ventennio successivo (fino alla crisi dei mercati finanziari), vi segnalo la mia modesta opera  dal titolo “Il Capitalismo aveva vinto”, acquistabile al seguente link:
http://www.lulu.com/content/libro-a-copertina-morbida/il-capitalismo-aveva-vinto/7339723

 


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venerdì, 06 novembre 2009

YAMAHA: MENTRE VALENTINO ROSSI VINCE IL SUO NONO MONDIALE, 67 DIPENDENTI VENGONO LICENZIATI

Dopo due giorni dalla vittoria di Valentino Rossi al Motomondiale con la Yamaha (nono titolo personale, complimenti a questo simpaticissimo e genuino campione), la società ha fatto sapere che la Yamaha Motor Italia chiuderà la catena di produzione nella sede brianzola (Gerno di Lesmo (MZ)) per trasferirla in Spagna. I dirigenti della filiale italiana lo hanno annunciato alle Rappresentanze Sindacali Unitarie dell’azienda proprio il giorno dopo quello della vittoria di Rossi, che aderiscono ai sindacati FIM-CISL e CISL Commercio, in funzione dei contratti che sono applicati nello stabilimento di Gerno di Lesmo.

Angelo Caprotti, uno degli addetti alla catena di montaggio, che è il delegato RSU della FIM-CISL. ha affermato che saranno licenziati 67 dipendenti su circa 180; quindi, circa un terzo della forza lavoro. Chiudendo la produzione, perderanno il posto tutti gli operai e gli impiegati della filiera produttiva; questo perché la fabbricazione delle moto sarà spostata in Spagna. Ha anche dichiarato che ovviamente i lavoratori stanno organizzando un’agguerrita protesta.

I 67 licenziamenti riguarderanno tutti i 47 operai, 19 impiegati del settore commercio, nonché Claudio Consonni, che era il responsabile della produzione e colui che aveva curato la realizzazione del progetto Superbike, con cui “Ben Spies” ha vinto il Mondiale. Ma gli addii potrebbero non finire qui: i dirigenti hanno un contratto diverso, perciò, per il momento, non sono stati toccati, ma, in futuro, i tagli potrebbero riguardare anche loro. Secondo Verdelli, che lavora al Centro Elaborazione Dati e per la RSU, delegato sindacale della CISL commercio, Yamaha Motor Italia non aveva i presupposti per poter chiudere la produzione, poiché il bilancio è sempre stato in utile e anche quest’anno, seppur di poco, mostrava guadagni.

Insomma una chiusura ingiustificata dal punto di vista prettamente aziendale (visto che in un periodo di forte recessione economica come questo, la Yamaha ha fatto registrare degli utili), e che lascia ancor di più l’amaro in bocca considerando anche i successi sportivi che la casa giapponese continua ad ottenere, per di più con un campione proprio di casa nostra.

(Fonti: Unità, www.motori24.ilsole24ore.com)


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giovedì, 05 novembre 2009

MORIRE IN CARCERE

Gli ultimi due casi, più o meno clamorosi, di Stefano Cucchi e Diana Blefari, seppur nella loro diversità, riportano in luce un fenomeno tanto grave quanto taciuto, delle morti nelle carceri italiane; vuoi per suicidio, vuoi per omicidio, vuoi per cause incerte spesso mai volutamente accertate.

Solo quest’anno, ad ora nelle carceri italiane sono morti 146 detenuti, di cui 59 per suicidio; i suicidi riguardano prevalentemente i detenuti più giovani: i 10 «morti di carcere» più giovani del 2009 sono tutti suicidi e due di loro avevano solo 19 anni. Le morti per «cause da accertare» sono più numerose di quelle per «malattia». I dati complessivi del 2009 denunciano un aumento di ben 20 suicidi rispetto ai primi 10 mesi del 2008, mentre il totale delle morti «di carcere» hanno già superato il totale dello scorso anno: 146 contro 142. In 10 anni, secondo i dati di “Ristretti Orizzonti”, nelle carceri italiane sono morti più di 1.500 detenuti, oltre un terzo dei quali per suicidio: i suicidi sono stati, nell’arco di 10 anni, 543 a fronte di 1.529 morti in totale.

Per quanto riguarda il caso del romano Stefano Cucchi, 31 anni, egli è stato arrestato il 15 ottobre scorso per droga al Parco degli acquedotti di Roma, ed è morto all'ospedale Sandro Pertini il 22, dopo essere passato per gli ambulatori del Tribunale, del carcere di Regina Coeli e dell'ospedale Fatebenefratelli, senza avere mai la possibilità di essere visitato dai parenti.
Sul suo corpo sono stati ritrovati lividi e ferite, nonché uno stato di denutrizione; sebbene il ragazzo fosse già molto magro di suo. Se il Governo genericamente si è dimostrato favorevole allo svelamento della verità su quanto è accaduto (e ci mancherebbe), aberranti sono le dichiarazioni di chi detiene le chiavi del Ministero della Difesa, con La Russa che ha preso a priori le difese dei carabinieri e ha affermato che ad occuparsi del caso devono essere i Ministeri dell’interno e della Giustizia; mentre il sottosegretario alla Difesa Giuseppe Cossiga (figlio di Francesco Cossiga, eh vabbè…), ha puntualizzato che pur in assenza di precisi elementi di conoscenza, si conferma fino a prova contraria la tradizionale vicinanza del ministero ai militari, e che l’Arma ha sempre operato e sempre opererà con assoluta decisione e severità. Con quel padre che ha, il quale negli anni ’70 da Ministro della difesa, per sua stessa recente ammissione, faceva infiltrare i carabinieri tra gli studenti che manifestavano con l’obiettivo di creare caos e quindi le condizioni per un giustificato intervento repressivo delle forze dell’ordine nei loro confronti, non mi aspetto di meglio.
L’altro caso, quello di Diana Blefari, ex neobrigatista autrice dell’omicidio del giuslavorista Marco Biagi (reo per le BR di lavorare in favore della precarizzazione del mercato del lavoro e quindi contro gli interessi dei lavoratori), si è consumato sabato sera, quando si è suicidata nella sua cella singola a Rebibbia, impiccandosi con lenzuola tagliate e annodate attorno al collo.

Per il suo avvocato, come per l’Associazione Antigone che si batte per i diritti nelle carceri, si tratta di una morte annunciata, poiché la donna già da diverso tempo soffriva di gravi patologie psichiche e ne avevano richiesto il trasferimento presso una clinica. La Blefari si trovava per di più in una cella singola, passando la maggior parte del tempo a letto e al buio, rifiutando spesso cibo e medicine. Nel 2008 la brigatista, in un momento di particolare tensione emotiva, aggredì un agente di polizia penitenziaria (il 23 novembre prossimo sarebbe dovuto cominciare il processo).

Forse un altro caso di “due pesi, due misure”, pensando a quanti ricevono particolari sconti e trattamenti speciali quando i loro avvocati si battono per presunti loro problemi psichici, con molto successo soprattutto quando si tratta di politici e imprenditori. Un terrorista che invece colpisce un membro dello Stato deve marcire in carcere, da solo, al buio, anche quando soffre di depressione e fisicamente si sta lasciando andare.

Ma c’è anche un altro elemento che deve far discutere: molto probabilmente la terrorista aveva deciso di svelare elementi ritenuti utili agli investigatori per far luce sugli omicidi D’Antona e Biagi, e giungere all’individuazione di altri personaggi coinvolti nelle Nuove Brigate Rosse. Avrebbe potuto svelare molti punti oscuri dell’organizzazione, a cominciare dalle armi e dal nascondiglio dove sarebbero state celate, compresa la pistola usata per uccidere i due giuslavoristi. Come spesso è accaduto, chi decide di fare nomi e svelare particolari fondamentali su organizzazioni criminali o singoli, stranamente a pochi giorni dalle interrogazioni viene colto dalla voglia di farla finita e suicidarsi.

Un altro caso che forse non sarà mai del tutto risolto, ma che se non altro, deve far riflettere sul crescente numero di morti nelle nostre carceri.

(Fonti: La Stampa, Federazione “Ristretti Orizzonti”)


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mercoledì, 04 novembre 2009

ISRAELE RIDUCE L’ACCESSO ALL’ACQUA AI PALESTINESI

Amnesty International ha accusato Israele di negare ai palestinesi il diritto a un adeguato accesso all'acqua, mantenendo il controllo totale delle risorse idriche comuni e mettendo in atto politiche discriminatorie, concepite per limitare la disponibilità di acqua e impedire lo sviluppo di infrastrutture idriche operative nei Territori palestinesi occupati.

Di seguito riporto un riassunto dell’approfondito rapporto di Amnesty, mentre l’articolo potrete visionarlo qui: www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/2725

 

Israele utilizza più dell'80% dell'acqua della falda montana (la maggiore riserva idrica del sottosuolo dell'area), e limita l'accesso dei palestinesi al solo 20%. La falda montana è l'unica risorsa per i palestinesi della Cisgiordania, mentre è solo una delle tante a disposizione d'Israele, che tiene per sé tutta l'acqua disponibile del fiume Giordano. Mentre il consumo giornaliero di acqua dei palestinesi raggiunge a malapena i 70 litri a persona, quello degli israeliani è superiore a 300 litri, quattro volte di più. In alcune aree rurali i palestinesi sopravvivono con solamente 20 litri al giorno, la quantità minima raccomandata per uso domestico in situazioni di emergenza. Da 180.000 a 200.000 palestinesi che vivono in comunità rurali non hanno accesso all'acqua corrente e l'esercito israeliano spesso impedisce loro anche di raccogliere quella piovana. Al contrario, i coloni israeliani, che vivono in Cisgiordania in violazione del diritto internazionale, hanno fattorie con irrigazioni intensive, giardini ben curati e piscine: 450.000 coloni israeliani utilizzano la stessa, se non una maggiore quantità d'acqua, rispetto a 2.300.000 palestinesi.

Nella Striscia di Gaza, il 90-95 per cento dell'acqua dell'unica risorsa idrica presente, la falda acquifera costiera, è contaminato e inutilizzabile per uso domestico. Inoltre, Israele non permette il trasferimento di acqua della falda acquifera montana della Cisgiordania verso Gaza. I rigorosi divieti, imposti negli ultimi anni da Israele all'ingresso a Gaza di materiali e apparecchiature necessari per lo sviluppo e la riparazione di infrastrutture, hanno causato un ulteriore deterioramento dell'acqua e della situazione sanitaria, che a Gaza ha raggiunto un livello drammatico.

Per far fronte alla carenza d'acqua e alla mancanza di impianti di distribuzione, molti palestinesi sono costretti ad acquistare acqua dalle cisterne mobili, spesso di dubbia qualità e a un prezzo maggiore. Altri ricorrono a varie misure per risparmiarla, pericolose per la salute loro e delle loro famiglie e che ostacolano lo sviluppo socio-economico.

Il fatto che le cisterne siano costrette ad allungare il percorso per evitare i posti di blocco dell'esercito israeliano e le strade vietate ai palestinesi, determina un eccessivo aumento del prezzo dell'acqua. Nelle zone rurali, i contadini palestinesi lottano quotidianamente per procurarsi abbastanza acqua per i loro bisogni primari, in quanto l'esercito israeliano spesso distrugge o confisca le cisterne per la raccolta dell'acqua piovana destinata all'irrigazione. Invece, nei vicini insediamenti israeliani, gli impianti irrigano i campi sotto il sole di mezzogiorno, quando buona parte dell'acqua si perde evaporando persino prima di raggiungere il suolo.
In alcuni villaggi palestinesi, poiché non hanno accesso all'acqua, i contadini non riescono a coltivare la terra né a produrre piccole quantità di cibo per il loro sostentamento o come mangime per gli animali e sono quindi costretti a ridurre la quantità dei capi bestiame.

 

Poi qualcuno parla di lotta al Terrorismo. Ma se non verranno risolti questi soprusi qua e là nel Mondo (quasi tutti appoggiati dalle superpotenze occidentali), difficilmente esso sarà sgominato definitivamente, essendo le ingiustizie e le iniquità sociali, principale causa delle rappresaglie terroristiche.

(Fonti: Unità, Amnesty.it)


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martedì, 03 novembre 2009

INFLUENZA A. CI STANNO DICENDO DAVVERO TUTTO?

Influenza suina (in inglese swine influenza o swine flu) è il termine con cui ci si riferisce ai casi di influenza provocati da trasmissione endemica di Orthomyxovirus dai suini all'uomo; se fino a febbraio di quest’anno vi è stata la convinzione che il Virus colpisse solo persone che sono state a contatto con i suini, dall’aprile 2009 tale virus ha cominciato a diffondersi in Messico in maniera anormale tra gli esseri umani, ed è stata dimostrata inoltre la trasmissione da essere umano ad essere umano. Si tratta di una variante di tale influenza, definita “influenza A sottotipo H1N1”.

I sintomi di tale virus sono quelli tipici dell'influenza: febbre improvvisa (di norma superiore a 38 °C), e manifestazioni respiratorie (tosse, mal di gola, raffreddore) associati ad almeno uno dei seguenti sintomi: febbre alta, tosse, mialgia ed artralgia, letargia e mancanza di appetito. Alcune persone colpite dal virus hanno anche riferito di mal di gola, nausea, vomito e diarrea (in particolare nei bambini) mal di pancia.

Non ci sono invece ancora dati certi su come possa avvenire la trasmissione tra esseri umani, anche se i medici ci consigliano di lavare spesso le mani e di non portarle al tatto con naso e occhi se si è in luoghi pubblici, come gli autobus, aule, uffici, ecc.

In Italia, dal maggio scorso, sono oltre 15mila le persone che hanno contratto il virus, di cui 18 hanno perso la vita; per ora la città più colpita (e ti pareva) è Napoli, con otto deceduti, quasi tutti aventi già una situazione salutare critica. Dico quasi tutti, perché ad esempio a Pompei è morta venerdì scorso una ragazzina di 11 anni, Emiliana D’Auria, che non presentava alcuna patologia cronica; oppure Serafina Buonocore, la donna di 42 anni deceduta ieri. Nell’ospedale Cotugno di Napoli (presidio regionale di riferimento per i casi più gravi), sono attualmente ricoverati 43 pazienti, 5 dei quali in rianimazione. Per non parlare del panico che ha colpito la popolazione, recatasi in massa nei Pronto soccorso al primo sintomo influenzale.

Non scherza la Sicilia, dove dal 27 luglio al 18 novembre, sono stati accertati 175 casi.

Il piano di vaccinazione, prevede da ottobre, la somministrazione destinata al personale di assistenza ospedaliera pubblica e privata, territoriale, di case di riposo (Rsa) e farmacie. Un certo quantitativo di vaccino è stato previsto anche per operatori sanitari di centri privati e/o stabilimenti termali. Dopo questa prima tranche, toccherà agli addetti a servizi di emergenza e pubblica utilità (come personale di servizi pubblici, vigili del fuoco, personale della scuola, personale dei trasporti, donatori di sangue), per le persone dai 6 mesi ai 65 anni con patologie croniche, e quindi a rischio di sviluppare complicanze in caso di contagio, e per le donne nel 2° e 3° trimestre di gravidanza.

Infine, la vaccinazione contro l’influenza A verrà proposta a minori ospitati in strutture residenziali; bimbi che frequentano l’asilo nido; mamme di bimbi di età inferiore a 6 mesi; bimbi nati gravemente pre-termine di età compresa tra i 6 e i 24 mesi.

Da gennaio, verranno interessati dal programma di vaccinazione tutti i soggetti di età fra i sei mesi e i ventisette anni; mentre per gli ultrasessantacinquenni basterà fare il vaccino normale contro l’influenza stagionale, avendo i loro organismi già una difesa immunitaria acquisita col tempo.

Tuttavia, dato il decesso anche di persone “normali” dal punto di vista salutare (anche se prevale il decesso tra coloro già affetti da gravi patologie) mi chiedo quanto le previsioni di chi di dovere siano azzeccate, e se effettivamente il programma di vaccinazione non debba essere rivisto.

Essendo però i quantitativi di quest’ultimo probabilmente scarsi e soggetti ad una trista razionalizzazione, forse per ora si potrà vaccinare un numero di persone strettamente necessario; sperando che almeno in questo caso, non ci sia dietro la distribuzione dello stesso chissà quale scambio di favori e affari tra gli Stati, o le Regioni.

In fondo, io sono anche diffidente verso le vaccinazioni di massa, che spesso hanno fatto solo la fortuna delle case farmaceutiche, ed hanno provocato anche vittime o danni irreparabili in chi è stato vaccinato. Quindi forse devo solo sperare che il Virus si plachi da sé, e che non dobbiamo metterci nelle mani del settore sanitario e di chi è al Ministero che lo gestisce. Perché quella gente lì può far più danni dell’influenza suina stessa.

(Fonti: La Stampa, Il Corriere della sera, Il resto del Carlino).


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giovedì, 29 ottobre 2009

GRANDE FRATELLO 10

Lunedì scorso è iniziato il “Grande Fratello n.10”, con gli stereotipi migliori e peggiori della società rinchiusi in una casa per 5 mesi (tra cui Natale): bonazze, modelli, gente estroversa e un pò pazza; più qualche che gay, lesbica o trans, giusto per far vedere che si è emancipati…
Ci sarà un solo vincitore: chi ha la storia più strappalacrime alle spalle; mentre a perdere saremo in tanti, ossia chi lotta tutti i giorni per avere una vita socio-economica dignitosa e far valere i propri diritti, e chi si sforza di parlare di argomenti d’interesse culturale e viene snobbato.


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mercoledì, 28 ottobre 2009

L’ORA DI RELIGIONE

Adolfo Urso, Viceministro allo Sviluppo economico, ha proposto, qualche giorno fa, d’introdurre nelle scuole un’ora di religione musulmana facoltativa e alternativa a quella cattolica. La proposta non sorprende più di tanto, essendo Urso appartenente alla corrente finiana del PdL, e sappiamo quanto il Presidente della Camera si stia battendo da qualche mese per i diritti degli immigrati, imbarazzando molti uomini del suo partito e non solo.
La proposta ha scandalizzato quasi tutto il Parlamento, essendo esso attualmente a netta maggioranza catto-conservatrice, ad esclusione solo di una buona parte del PD, dell’IDV e una minima parte del PdL.
L’associazione degli Intellettuali Musulmani Italiani si è detta scontatamente totalmente favorevole alla proposta, mentre il Vaticano sembra tendenzialmente accondiscendente, poiché la possibilità data ai musulmani di studiare la propria religione, eviterebbe lo sfociare nell’integralismo dei giovani studenti islamici.
Per quanto mi riguarda, l’ora di religione dovrebbe invece consistere nello studio della storia di tutte le religioni, sia quelle Universali, che quelle emerse di recente (vedi Scientology, ecc.), proprio perché il nostro Paese è dal 1984 ufficialmente uno Stato laico (rettifica dei Patti lateranensi), e pertanto le proprie istituzioni devono restare tali, anche in virtù del fatto che da vent’anni a questa parte il nostro è diventato uno Stato ad immigrazione di massa e pertanto sempre più popolato da persone provenienti da Stati diversi e professanti confessioni diverse. Persone che pagano le tasse e finanziano le istituzioni stesse, e quindi, è giusto che queste ultime siano neutre e non espongano simboli religioni che possono urtare la fede dei cittadini, o di chi è ateo o agnostico. L’ora di religione deve altresì essere un momento di discussione e confronto tra i ragazzi su tematiche sociali.
Ricordo che alle scuole superiori così svolgevamo l’ora di religione, anche guardando film o leggendo brani; e non era certo un noioso catechismo. Meno piacevole il ricordo dell’ora di religione alle scuole medie, quando alcuni ragazzini erano costretti a stare per i corridoi perché non cattolici. E queste cose ve le dice uno che è sì cristiano, ma anche molto critico verso il Vaticano e le sue ingerenze nella politica. Fenomeno sempre presente nel nostro Paese fin dalla nascita della Repubblica, vuoi anche per la presenza fisica del Vaticano sul territorio italiano.
Ognuno poi, nel suo privato, professerà la religione che vuole, con i propri parenti e amici. Ma le istituzioni, i luoghi pubblici in generale, lasciamoli “neutri”. Anche perché issare barriere a mò di Paese Mediorientale, in uno Stato sempre più multietnico per la sua posizione geografica come il nostro (proprio oggi la Caritas ci ha detto che gli immigrati nel nostro Paese sono 4 milioni e mezzo), non serve a niente; anzi, così facendo, rischiamo solo di fare la fine degli indiani d’America.


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lunedì, 26 ottobre 2009

CONSIGLIO DEI MINISTRI SUBACQUEO NELLE MALDIVE

Il presidente delle Maldive e i suoi ministri si sono riuniti nel primo summit politico subacqueo della storia, nelle acque dell'isola Girifushi, con tanto di giornalisti ed intervista post-riunione una volta emersi dalle acque.
Si è trattato di un atto simbolico per sensibilizzare il Mondo sul problema dell'innalzamento del livello del mare, che minaccia l'esistenza dell'arcipelago. Alcuni studiosi hanno di fatto previsto che il costante innalzamento del livello degli oceani, porterà alla sparizione di quei paradisi naturali tra 80 anni.
In Italia i nostri politici fanno riunioni di sottobanco, ma non ancora sott’acqua.

Ecco il video dello strambo evento:


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