Qui racconterò le mie verità, le verità SUPPOSTE...
"E ho ancora la forza di scegliere parole, per gioco o per il gusto di potermi sfogare... Perchè, che piaccia o no, è capitato che sia quello che so fare..."
(Luciano Ligabue)

Utente: LucaScialo
Nome: Luca Scialò
Ho 28 anni, di Napoli, Sociologo, scrittore ed Operatore sociale.
Ho pubblicato cinque libri (di cui troverete i relativi Banner su questo lato scorrendo il Blog, per eventualmente poterli acquistare):
1."LE STRAGI DIMENTICATE" sul Terrorismo di estrema destra attivo in Italia tra gli anni '60 e gli anni '80;
2."IL CROLLO DELLE CERTEZZE", ossia una mia analisi sociologica sui processi che hanno caratterizzato l'approdo all'attuale società contemporanea;
3."ADDIO ALLE ARMI", analisi storica dei principali partiti di massa di destra e di sinistra, fino all'epilogo attuale.
4."ALL'ITALIA", raccolta di foto a monumenti o bellezze naturali scattate in giro per l'Italia tra il 2003 e il 2008.
5."IL CAPITALISMO AVEVA VINTO", Cronistoria del trionfo prima, ed il crollo poi, di un’ideologia che, dopo aver perso il suo principale avversario crollato sulle proprie gambe, il Comunismo, sembrava ormai destinata ad essere il modello dominante per i sistemi socio-economici e culturali del Mondo intero: il Capitalismo.
Cresciuto tra il "comunismo rivoluzionario" di mio padre e la "morale cattolica" di mia madre, politicamente mi descrivo un estimatore del "socialismo europeo", ossia del modo laico-riformista di cambiare la società, con un occhio di riguardo verso i socialmente svantaggiati, senza cercare un "conflitto di classe" con i capitalisti o gli aristocratici, bensì un dialogo costruttivo; nè senza l'appiattimento dell'economia in chiave statalista.
PER CONTATTARMI: lucascialo@virgilio.it



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lunedì, 09 novembre 2009

VENT’ANNI FA CROLLAVA IL MURO DI BERLINO

Vent’anni fa accadeva l’evento destinato a cambiare le sorti politico-economiche del Mondo: la caduta del Muro di Berlino. Tale avvenimento segna la tappa fondamentale di quel processo basato sulla distensione sul piano dei rapporti internazionali tra Stati Uniti d’America e Unione Sovietica1, da ormai trent’anni in piena Guerra Fredda. Un conflitto definito in tale modo poiché due blocchi contrapposti, capeggiati rispettivamente da queste due grandi potenze militari, divisi convenzionalmente secondo la loro posizione geografica, in Ovest (USA, Paesi NATO ed altri Stati filo-americani non membri della NATO) ed Est (URSS, Paesi firmatari del Patto di Varsavia e altri stati filo-sovietici non rientranti in quest’ultimo), diedero vita ad una tensione basata non su una guerra disputata in modo convenzionale, ossia con le armi, ma a colpi di conquiste geografiche, appoggi militari a piccoli Stati impegnati in conflitti qua e là nel Globo, acquisizioni o produzioni di armi sofisticate e ad alto potenziale distruttivo, nonché ricerche scientifiche.

La svolta che favorì la distensione è stata individuata da molti storici e politologi nella nomina a Segretario generale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica (PCUS), di Mikail Gorbaciov4, l’11 marzo del 1985, succeduto ad un altro storico Segretario, Leonid Brežnev, il quale durante il suo incarico, portò l’Impero Sovietico

alla stagnazione economica e ad aspri rapporti con gli USA. Gorbaciov, infatti, durante il suo mandato, avviò alcune riforme che portarono lentamente l’Impero sovietico alla sua democratizzazione (ciò gli valse il premio Nobel per la pace nel 1990); riforme riguardanti sia il sistema economico che mediatico.

Altro duro colpo al regime fu la crescente spinta nazionalista ed indipendentista di alcuni Stati federali facenti parte dell’Impero Sovietico, i quali presero coraggio nel

contrastare, almeno politicamente, lo Stato centrista; iniziarono l’Estonia, la Lituania e la Lettonia, poi l'Ucraina, la Georgia e l'Azerbaijan6.

Un accenno va però dedicato anche a ciò che accadde durante gli anni ’80, alla parte convenzionalmente ritenuta avversa agli URSS, ossia gli Stati Uniti D’America.

Nella prima metà degli anni ’80, guardando chi era alla guida rispettiva dei due Paesi, nessuno forse avrebbe scommesso sul disgelo tra USA e URSS. Se infatti quest’ultimo era guidato da Brežnev, un conservatore che come detto portò il Paese alla stagnazione economica e all’inasprimento dei rapporti con gli americani, nel primo le elezioni presidenziali del 1981 furono vinte dall’ex attore Ronald Reagan, repubblicano, dalle idee antistataliste e liberiste (e quindi è facile immaginare

quanto lontane da quelle sovietiche).

Quando Regan entrò in carica, gli USA versavano in un momento economico difficilissimo, Egli così decise di mettere in pratica le teorie liberiste in cui credeva (tra cui la “curva di Laffer”, nonché seguendo la scia di ciò che in Gran Bretagna stava facendo il Primo Ministro liberista Margaret Thatcher), convinto che le tasse americane fossero troppo alte, e una loro diminuzione avrebbe portato ad una crescita delle entrate e a maggiori investimenti, con un effetto benefico per l'economia.

Comunque, la diminuzione delle tasse aumentò i consumi, e contribuì ad invertire la congiuntura economica, e dal 1982 al 1990, gli USA conobbero un periodo di crescita

economica ininterrotto. Il tutto facilitato dal conflitto tra Iran e Iraq, che scatenò una sorta di crisi petrolifera alla rovescia, poiché le due nazioni cominciarono a svendere

sempre più oro nero per finanziare la propria guerra.

Per quanto riguarda la politica estera (che ci riguarda più da vicino ai fini del ragionamento condotto in quest’opera), Reagan inizialmente inasprì fortemente i rapporti con l’Unione Sovietica, da lui definita, nel 1983, come “Impero del Male”; anche con altre potenze europee i rapporti non erano certo facili, in virtù del modo unilaterale da lui scelto per agire nelle questioni internazionali. Di contro, migliorarono molto i rapporti con la Cina, un alleato che Reagan ritenne strategico nella Guerra Fredda contro i sovietici.

Tuttavia, i rapporti con l’URSS migliorarono dopo la nomina di Gorbaciov a Premier, più aperto come detto al mercato e ai rapporti internazionali. Reagan è anche ritenuto il principale fautore della svolta epocale costituita dalla fine del Regime sovietico.

Chissà quanto di vero ci sia in ciò; certo è che senza una forte volontà al cambiamento, interna alla stessa URSS, le cose difficilmente sarebbero cambiate. E’ un po’ come chiedersi se è nato prima l’uovo o la gallina.

E’ comunque parere diffuso che l’inizio della fine del Regime Sovietico sia da attribuire al crollo del muro di Berlino, avvenuto il 9 novembre 1989. Prima di parlare della sua fine, è giusto descriverne l’origine.

Innanzitutto, bisogna dire che il muro fu costruito per impedire la fuga di persone dalla Germania Est comunista. La Germania, infatti, in seguito al Congresso di Yalta poco prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, fu divisa in 4 aree amministrate dai Paesi ritenuti vincitori della guerra, che così potevano rivalersi sulla Germania ritenuta principale responsabile del conflitto, sotto la guida nazista: Unione Sovietica, Stati Uniti d'America, Regno Unito e Francia (il primo controllava tutta la Germania Est, gli altri la Germania Ovest). Il settore sovietico di Berlino era però di gran lunga il più esteso, e occupava la maggior parte della metà orientale della città, tant’è che Berlino Ovest (amministrata appunto da USA, Francia e Regno Unito)

era in effetti completamente circondata dalla zona destinata ai sovietici.

Inizialmente però, le persone site su territorio tedesco potevano circolare liberamente da una zona all’altra; tuttavia, man mano che la Guerra Fredda entrava nel vivo, ma soprattutto in virtù di un’emigrazione di massa dalla Germania Est a quella Ovest (quest’ultima più ricca e prospera della prima), la Repubblica democratica tedesca

(in sintesi, la Germania Est), innalzò una barriera di filo spinato per dividere anche fisicamente la città di Berlino in due parti, nella notte tra il 12 e il 13 agosto del ’61; ma già dal 15 agosto cominciò a prendere forma un vero e proprio muro di cemento e pietra. Negli anni seguirono costruzioni sempre più imponenti, fino ad arrivare al 1975, anno in cui oltre al muro vi erano recinzioni, trincee anticarro, oltre 300 torri di guardia con cecchini armati, trenta bunker e una strada illuminata per il pattugliamento lunga 177Km.

La vera svolta politica che mise in discussione il muro, non fu la politica interna ed internazionale di Gorbaciov bensì fu un altro avvenimento: il 23 agosto 1989, l'Ungheria rimosse le sue restrizioni al confine con l'Austria, e ciò permise nel mese successivo a ben 13.000 tedeschi dell'Est, di scappare

attraverso l'Ungheria, e agli occhi del Mondo, la Germania Est non poteva più nascondere l’insofferenza del suo popolo. Ma la vera goccia che fece traboccare il vaso, nell’autunno seguente, fu un errore di comunicazione da parte del Governo della Repubblica democratica tedesca, nel concedere permessi per viaggiare nella Germania dell’Ovest; di fatti, alle persone fu detto di poter raggiungere l’altra parte del muro, senza che però i vertici stessi specificassero ancora le restrizioni, le eccezioni, e soprattutto, preparassero al tutto le guardie messe di piantone nei pressi del muro. Così, decine di migliaia di berlinesi dell’Est, avendo visto l’annuncio di Schabowski, Ministro della Propaganda, in diretta alla televisione, si precipitarono inondando i checkpoint e chiedendo di entrare in Berlino Ovest. Le guardie di confine, sorprese, iniziarono a tempestare di telefonate i loro superiori, ma era ormai chiaro che non era più possibile rimandare indietro tale enorme folla vista la mancanza di equipaggiamenti atti a sedare un movimento di tali proporzioni; così si videro costrette ad aprire i checkpoint e far passare i berlinesi dell’Est, che in festa, si

abbracciarono con quelli dell’Ovest. Siamo nel 9 novembre 1989, che di fatto, è considerata la data che sancisce il crollo del muro di Berlino.

Il muro fu dapprima lentamente fatto a pezzi dai Berlinesi stessi e dagli stranieri accorsi lì per portarsi a casa un pezzo di souvenir storico, nei giorni e settimane successive a quell’episodio. Ma ufficialmente il suo abbattimento iniziò il 13 giugno 1990, anche se non è stato abbattuto del tutto, utilizzando alcune parti come luoghi turistici e di memoria.

La Germania fu ufficialmente riunificata il 3 ottobre 1990 (divenuto di fatto il "Giorno della riunificazione"), quando i cinque stati federali (Brandeburgo, Meclenburgo-Pomerania Occidentale, Sassonia, Sassonia-Anhalt e Turingia), già esistenti nella Repubblica Democratica Tedesca ma aboliti e trasformati in Province, si ricostituirono e aderirono formalmente alla Repubblica Federale di Germania (Germania Ovest). Dal momento in cui i nuovi cinque Länder entrarono nella Repubblica Federale, l'area di applicazione del Grundgesetz (Legge fondamentale, l'equivalente tedesco della nostra Costituzione) fu semplicemente ampliata ad essi

includendoli.

Il crollo del Muro ebbe un significato non solo fondamentale per la storia politica, culturale, sociale ed economica della Germania, che così poteva ritornare unita e libera dopo quarant’anni di divisione e oppressione comunista (almeno nella parte Est, che di fatto, al momento della riunificazione, si mostrò più arretrata economicamente della parte Ovest), ma anche un significato non certo positivo, come invece fu per la Germania, per la stessa Unione Sovietica, poiché in questo modo, perdeva un simbolo di grande prestigio ed influenza sul piano dei rapporti internazionali.

Ai fini della dissoluzione dell’URSS, oltre ai fatti di politica estera ed economica prima menzionati, ad essere decisivi furono ovviamente i fatti di politica interna; in particolare, un uomo politico su tutti: Boris Eltsin.

La sua carriera politica interna al PCUS è stata caratterizzata dagli scontri con l’ala conservatrice del partito, essendo lui un fervente sostenitore dell’ala radicale

riformatrice; la sua linea ferma e intransigente gli permise di diventare deputato al Congresso del popolo della Federazione nel marzo 1990, e il 29 maggio dello stesso

anno divenne Presidente del Parlamento; nominato poi, il 12 giugno del 1991, Presidente della Federazione russa, eletto a suffragio universale con il 57% dei voti21.

Nonostante la sua contrapposizione con Gorbaciov, paradossalmente, fu egli stesso determinante nella difesa della figura di quest’ultimo, nei giorni del tentato colpo di

stato del 19-21 agosto 1991, quando si schierò apertamente contro i conservatori golpisti, e chiese il ritorno di Gorbaciov, prigioniero nella sua dacia in Crimea da 3

giorni. L’episodio però fu utilizzato da Eltsin per sottolineare la debolezza della figura di Gorbaciov23 (che infatti si dimise a fine dicembre ’91), e la necessità di porre fine all’Unione Sovietica, nonché aumentare i consensi in proprio favore.

L’8 dicembre 1991, i Presidenti di Russia, Ucraina e Bielorussia firmarono a Belavezha il trattato che sanciva la dissoluzione dello Stato sovietico, e di fatto, la nascita della Comunità degli Stati Indipendenti, cui aderirono altri 8 Stati dell’ex URSS il 21 dicembre dello stesso anno; mentre la Georgia (Stato che si era proclamato indipendente nell’aprile di quell’anno), solo nel ’94. In realtà, la CSI, vista da molti come speranza per un futuro di pace, nonché di prosperità socio-economica per gli stessi Paesi membri (i quali, dopo il crollo della “maschera” dell’URSS, si erano rivelati allo sguardo dell’opinione pubblica in una situazione molto critica da quel punto di vista), mostrò invece la sua debolezza politica, nonché un sostanziale controllo ed ingerenza della Russia nei confronti degli stati ex membri dell’URSS.

Insomma, da questo punto di vista non c’era stata alcuna svolta.

Del resto, oltre alle difficoltà economiche prima accennate, l’iniziale allentamento di un controllo politico-militare forte a livello centrale, aveva disvelato i vari conflitti etnici tra le popolazioni occupanti quei vastissimi territori collocati tra Europa e Asia: basti pensare alle guerre civili in Georgia, Moldavia, Tagikistan, nella regione del

Caucaso, al conflitto tra Armenia e l'Azerbaigian, e forse il più aspro e noto di tutti, al conflitto russo-ceceno.

Il crollo dell’URSS ebbe un effetto domino sugli altri regimi comunisti dell’Est europeo.

Ad anticipare il crollo dell’URSS, ci pensarono gli altri Paesi comunisti del Patto di Varsavia, ossia quel trattato elaborato dal Segretario generale sovietico Nikita

Il primo Paese a rovesciare i comunisti al potere, fu forse quello più travagliato dalle dittature nel corso del ‘900, avendo subito le oppressioni sia naziste, che comuniste: la Polonia; poi toccò all’Ungheria, Cecoslovacchia, Bulgaria

Diverso il rovesciamento del regime comunista in Romania, dove Ceausescu, al potere dal 1965, riusciva ancora in quegli anni, a mantenere un certo controllo sul popolo. Poi, il 25 dicembre sempre dell’89, dopo una rivolta popolare in seguito all’arresto di un vescovo, il dittatore e sua moglie furono consegnati dalla polizia all’esercito, e dopo un processo sommario durato meno di un’ora da parte di un tribunale militare improvvisato, la coppia fu condannata a morte e fucilata, da

altrettanti improvvisati esecutori.

Tragica fu anche la rivolta in Albania, dove il regime comunista svelò tutti i limiti e i problemi socioeconomici albanesi, tant’è che tra il ’90 e il ’91, e successivamente nel ’97, seguitarono emigrazioni di massa verso l’Italia (in Puglia, ricorderete i barconi carichi di disperati), e la vicina Grecia.

Ultimo atto importante del crollo dell’URSS fu lo scioglimento del Patto di Varsavia;

con il rovesciamento dei regimi comunisti in tutti i suoi Stati membri, il Patto di Varsavia non aveva più ragion d’essere. Di fatto, il 1º luglio 1991, ne fu firmato a Praga il protocollo ufficiale di scioglimento, e, come segno dei tempi che cambiavano, alcuni anni dopo, ossia il 12 marzo 1999, alcuni ex membri del Patto di Varsavia aderirono alla NATO: Repubblica Ceca (ex Cecoslovacchia), Ungheria e Polonia, quelli che più di tutti, avevano sofferto la repressione sovietica.

Con il crollo del Muro di Berlino, molti credevano che il Mondo avesse vissuto decenni e decenni di pace. Nei fatti, invece, è stato il contrario, visto che tale evento ha “scongelato” e fatto emergere i contrasti tra gli Stati prima subordinati sotto una stessa egemonia (come in Jugoslavia o URSS), oltre poi ad aver fatto perdere agli USA quel contrappeso che ne frenava le operazioni militari, ovvero l’URSS. Giusto per citare qualche conflitto: le due guerre in Iraq, nell’ex Jugoslavia, l’intifada tra Israele e Palestina, il conflitto in Afghanistan, in Cecenia…

Infine, da diversi sondaggi agli abitanti dell’ex Germania est e dalle ultime votazioni presidenziali in Germania, pare proprio che una parte dei tedeschi una volta subordinati all’ex URSS, quasi rimpiangono quegli anni.

Sul crollo del Muro di Berlino e sul susseguente dominio del Capitalismo nel ventennio successivo (fino alla crisi dei mercati finanziari), vi segnalo la mia modesta opera  dal titolo “Il Capitalismo aveva vinto”, acquistabile al seguente link:
http://www.lulu.com/content/libro-a-copertina-morbida/il-capitalismo-aveva-vinto/7339723

 


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sabato, 07 novembre 2009

UN “ANGOLAGATE” PER LA FRANCIA

Il figlio dell'ex Presidente francese Francois Mitterand e l'ex ministro degli Interni, Charles Pasqua, sono stati condannati in primo grado per il ruolo ricoperto nel traffico illegale di armi con l'Angola.
Il primo è stato condannato a due anni di reclusione con la condizionale e al pagamento di 375 mila euro, mentre Charles Pasqua è stato condannato a 3 anni, di cui due sospesi, e al pagamento di 100 mila euro. L'accusa era quella di aver accettato delle tangenti per agevolare la vendita di armi all'Angola, durante il periodo 1993-98, contravvenendo alla legislazione francese.
Imputati principale del processo sono il miliardario russo-israeliano Arkady Gaydamak e il magnate francese Pierre Falcone, che sono stati condannati in contumacia a sei anni di prigione per aver organizzato il traffico di armi. La giuria ha ritenuto Gaydamak e Falcone colpevoli di aver comprato carri armati, elicotteri e munizioni per artiglieria per un valore di 800 milioni di dollari e di averli rivenduti in Angola, durante la guerra civile, attraverso una società francese e la sua filiale nell'Europa dell'Est.
Questa notizia riporta alla luce lo sfruttamento delle potenze Occidentali verso i Paesi africani, asiatici e latino-americani, non muovendo un dito nei loro affari interni e quindi permettendo lo sterminio di milioni di persone inermi, e avendo come cospicuo ritorno la compravendita di armi; in una sorta di “scannatevi voi che noi ci guadagniamo”. La povera giornalista Ilaria Alpi aveva anche scoperto qualcosa nel ‘94, ovvero traffici internazionali di rifiuti tossici e di armi, nascosti dietro la cooperazione internazionale ai paesi in via di sviluppo (c’entrano anche le navi tossiche buttate nei mari circostanti la Calabria); ma sappiamo tutti la fine che ha fatto.
(Fonte: Unità, Free reporter)


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venerdì, 06 novembre 2009

YAMAHA: MENTRE VALENTINO ROSSI VINCE IL SUO NONO MONDIALE, 67 DIPENDENTI VENGONO LICENZIATI

Dopo due giorni dalla vittoria di Valentino Rossi al Motomondiale con la Yamaha (nono titolo personale, complimenti a questo simpaticissimo e genuino campione), la società ha fatto sapere che la Yamaha Motor Italia chiuderà la catena di produzione nella sede brianzola (Gerno di Lesmo (MZ)) per trasferirla in Spagna. I dirigenti della filiale italiana lo hanno annunciato alle Rappresentanze Sindacali Unitarie dell’azienda proprio il giorno dopo quello della vittoria di Rossi, che aderiscono ai sindacati FIM-CISL e CISL Commercio, in funzione dei contratti che sono applicati nello stabilimento di Gerno di Lesmo.

Angelo Caprotti, uno degli addetti alla catena di montaggio, che è il delegato RSU della FIM-CISL. ha affermato che saranno licenziati 67 dipendenti su circa 180; quindi, circa un terzo della forza lavoro. Chiudendo la produzione, perderanno il posto tutti gli operai e gli impiegati della filiera produttiva; questo perché la fabbricazione delle moto sarà spostata in Spagna. Ha anche dichiarato che ovviamente i lavoratori stanno organizzando un’agguerrita protesta.

I 67 licenziamenti riguarderanno tutti i 47 operai, 19 impiegati del settore commercio, nonché Claudio Consonni, che era il responsabile della produzione e colui che aveva curato la realizzazione del progetto Superbike, con cui “Ben Spies” ha vinto il Mondiale. Ma gli addii potrebbero non finire qui: i dirigenti hanno un contratto diverso, perciò, per il momento, non sono stati toccati, ma, in futuro, i tagli potrebbero riguardare anche loro. Secondo Verdelli, che lavora al Centro Elaborazione Dati e per la RSU, delegato sindacale della CISL commercio, Yamaha Motor Italia non aveva i presupposti per poter chiudere la produzione, poiché il bilancio è sempre stato in utile e anche quest’anno, seppur di poco, mostrava guadagni.

Insomma una chiusura ingiustificata dal punto di vista prettamente aziendale (visto che in un periodo di forte recessione economica come questo, la Yamaha ha fatto registrare degli utili), e che lascia ancor di più l’amaro in bocca considerando anche i successi sportivi che la casa giapponese continua ad ottenere, per di più con un campione proprio di casa nostra.

(Fonti: Unità, www.motori24.ilsole24ore.com)


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lunedì, 02 novembre 2009

MA LA SICUREZZA NON ERA UNA PRIORITA’ DEL GOVERNO?

La settimana scorsa, in data mercoledì 28 ottobre, la Polizia  e il Corpo forestale, sono scesi in strada a Roma per protestare contro i tagli del Governo al comparto della sicurezza; tantissime le sigle sindacali che hanno aderito alla protesta (I sindacati della Polizia di Stato Siulp, Sap, Siap, Silp per la Cgil, Ugl Polizia di Stato, Coisp-Up-Fps-Adp-Pnfi e Anfp , della Polizia Penitenziaria Sappe, Osapp, Uil P.A. Penitenziari, Sinappe, Fns Cisl, Cgil F.P. e Uspp Ugl, e del Corpo Forestale dello Stato Sapaf, Ugl Corpo Forestale dello Stato, Fesifo, Fns Cisl, Uil P.A. Forestali, Cgil F.P.), provenienti da ogni parte d'Italia con centinaia di pullman, treni e macchine; poliziotti liberi dal servizio, che hanno rinunciato ad un giorno di ferie o di riposo.

Secondo i manifestanti, nel piano economico del Governo, è previsto un taglio di circa tre miliardi di euro in tre anni al Comparto Sicurezza e Difesa; e già la legge voluta da Brunetta (che li chiamò pure “panzoni”), a loro dire, sta producendo una pesante riduzione di personale a causa del mancato turn-over e un innalzamento dell'età media dei poliziotti italiani, che ormai sfiora i cinquant'anni.

I suddetti tagli previsti dal Governo, già incidono ora pesantemente sulla spesa corrente, sulle voci di bilancio ministeriale relative all'acquisto delle autovetture, della benzina, alla gestione degli uffici, delle strutture, sulla formazione, sull'addestramento, sull'equipaggiamento, sulla logistica macchine fatiscenti; ma anche sul ricambio generazionale, visto che si perdono ogni anno diecimila operatori tra tutte le Forze di Polizia, sostituiti con appena 2.500 uomini. Inoltre, visto che lo Stato ha ceduto i suoi immobili ai privati, c’è anche il rischio di essere sfrattati dagli enti privati proprietari delle caserme e degli uffici perché non si paga l'affitto.

La situazione in cui versano le forze dell’ordine non era già certo delle migliori, poiché, come hanno denunciato gli stessi sindacati, erano già costretti ad operare con divise logore e consumate (oltre che di scarsa qualità; ricorderete il servizio di “Striscia la notizia” sulle divise Made in China), con giubbetti antiproiettile che non proteggono più dai colpi di pistola o di fucile.

Altra presa in giro sono le famigerate “ronde”, le quali, sempre a detta dei sindacati di polizia, sono inutili poiché i civili da soli non possono certo sedare la criminalità, anzi possono essere solo di intralcio a chi di dovere.

Per scendere in strada un settore che non è certo vicino alla sinistra, ma storicamente di tutt’altra collocazione politica, vuol dire che la situazione è alquanto grave. Eppure il Governo ha fatto della sicurezza uno dei suoi cavalli di battaglia in sede di campagna elettorale, sia a livello politico che locale (vedi il caso di Roma, quando pareva che a ridosso delle elezioni a Sindaco, lì vi fosse uno stupro al dì).

Porgo l’esempio di Napoli. Qui è stata messa qualche camionetta dei militari in alcuni punti a ridosso di siti monumentali o dei luoghi più rinomati della città; oltre poi qualche posto di blocco qua e là da parte di carabinieri e polizia, ma sempre in posti abbastanza tranquilli. Mentre altri punti del centro sono abbandonati a sé stessi, per non parlare delle periferie e delle provincia. Infatti scippi, rapine, sparatorie, sono ancora all’ordine del giorno. Insomma, abbiamo fatto la fine dei Paesi latinoamericani, dove in alcuni punti vi è l’assedio militare, e in altri vi è il totale abbandono del cittadino.


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sabato, 31 ottobre 2009

LE BANCHE ALLENTANO IL CAPPIO AI LORO DEBITORI

L’Associazione Bancaria Italiana (ABI) ha annunciato d’aver messo a punto la moratoria sui mutui a favore delle famiglie in condizioni di disagio, ovvero quelle famiglie nelle quali ci sono componenti che hanno perso il posto di lavoro; il provvedimento partirà dal prossimo mese di gennaio, e durerà per un periodo pari a ben dodici mesi.

Un provvedimento simile è stato adottato, nelle scorse settimane, anche a favore delle piccole e medie imprese in temporanea difficoltà con il pagamento delle rate di mutui, finanziamenti e leasing.

Un ossigeno per famiglie e piccole-medie imprese in disagio economico, le quali stanno aumentando giorno per giorno checché ne dica e vuole farci credere chi ci governa. Sperando che questo abbuono finanziario non si traduca, l’anno successivo, in un aumento dei tassi d’interesse, e quindi in un ulteriore disagio per i beneficiari.


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sabato, 24 ottobre 2009

L’INVERNO SUGLI SFOLLATI D’ABRUZZO

L’inverno quest’anno è arrivato largamente in anticipo da ormai due settimane, ricordandoci il vecchio detto “non esistono più le mezze stagioni”; d’altronde quando si parla di sconvolgimenti climatici, si intende proprio questo, con un clima che oggi ti induce ad indossare una t-shirt e domani un maglione.
Il freddo non ha ovviamente risparmiato nemmeno i terremotati abruzzesi, anzi si sa che in quella regione già normalmente le temperature cominciano a calare sensibilmente da fine agosto. E così sono arrivate le prime nevicate, come a Campo Imperatore (L'Aquila) a circa 2.200 metri di altitudine sul Gran Sasso, dove due settimane fa, in nottata la temperatura è precipitata, sfiorando i -5 gradi (alle 12 era già di -3); oppure sul monte Ocre (2.204 metri sul livello del mare), a pochi chilometri dall'Aquila. Neve anche sui monti della Laga, sulla Maiella e sul Velino-Sirente. Scatta così l'allarme per la condizione degli sfollati, ancora circa seimila, che vivono nelle circa 2000 tende, sistemate in 60 aree di accoglienza. In tenda il clima arriva intorno ai 5 gradi, mentre ad agosto toccava i 40.
Ma non è solo questione di abitazioni, visto che in alcune zone, i genitori dei bambini che frequentano la scuola elementare affermano che i propri figli sono costretti a fare lezione sotto le tende con due cappotti l'uno sull'altro e una temperatura di soli cinque gradi. A Pianoli (frazione dell’Aquila), nelle tende della scuola elementare, ci sono cinque classi per circa 80 bambini.
Non è bastato neanche il sorriso di Berlusconi per fermare il pungente inverno abruzzese. La consegna delle case da parte sua, con tanto di spot a “Porta a porta” (il quale fortunatamente è stato visto solamente da circa un italiano su 10), mi ricorda tanto quelle pubblicità che andavano in onda nei canali locali napoletani durante gli anni ‘90, per opera di “Concetta Mobili”, al secolo Concetta Di Palma, commerciante di Santa Maria Capua Vetere (CE), che negli anni ’80-’90 gestiva un megastore di prodotti per l’arredamento a Caserta (“Concetta Mobili” appunto). Memorabili, (almeno per molti come me che le hanno visti) le sue pubblicità, al punto da meritarsi anche gli sfottò della Gialappa’s Band di “Mai dire TV” o l’invito alla trasmissione di Chiambretti su La7 qualche tempo prima di morire (è scomparsa il 23 aprile ’05 per un infarto).
Posto qui di seguito uno dei suoi mitici quanto ridicoli spot, e forse guardandoli ci troverete qualcosa in comune con la consegna delle case da parte di Berlusconi.


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venerdì, 23 ottobre 2009

PROVINCE, QUALCOSA DI IRRINUNCIABILE PER LA "CASTA"

L'aula della Camera ha bocciato una settimana fa a maggioranza, la proposta di legge costituzionale dell'Italia dei valori per l'abolizione delle amministrazioni provinciali: l'assemblea di Montecitorio ha approvato (con 261 sì, 253 no e due astenuti) la questione sospensiva presentata dal PdL. Il testo torna ora in Commissione. In pratica, tutta l'opposizione ha votato contro la proposta di sospendere l'esame in aula, anche se a favore della proposta di legge erano solo IDV e UDC. Se si fosse arrivati a un voto finale il PD assieme a PdL e Lega, avrebbe detto no all'abolizione delle Province, ritenendo più opportuno una riflessione complessiva sugli Enti locali, in attesa del Codice delle autonomie del Governo (ovvero trattare l'abolizione delle province inquadrandola in un più ampio riordino degli enti locali).

E pensare che PdL e PD hanno fatto dell’abolizione delle province un punto fermo per la lotta agli sprechi in sede di campagna elettorale, e quindi trattasi della solita retromarcia a favore della casta. Volendo anche comprendere il rinvio in favore di un provvedimento più completo che non generi “terremoti” istituzionali, è anche vero che da un anno e mezzo dall’insediamento del nuovo Parlamento, non è stato ancora fatto nulla di concreto in tal senso.

Del resto le province sono un ottimo modo per piazzare parenti, amici e compari vari ed eventuali, e la loro abolizione porterebbe ad un serio problema per la ricollocazione di questi.


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venerdì, 09 ottobre 2009

L’AUTO RITORNA AD ESSERE UN BENE DI LUSSO

Lunedì mattina mi sono recato all’Officina per espletare uno dei tanti doveri pendenti su noi poveri contribuenti: la revisione e il bollino blu per l’auto; costo totale 68 euro, ovvero poco più di 50 euro la prima, poco più di 17 euro il secondo. La revisione è aumentata notevolmente, avendo pagato due anni fa entrambe le tasse 48 euro, restando invariato il prezzo del Bollino blu.

Ho sempre criticato entrambe le tassazioni, perché la revisione è obbligatoria ogni 2 anni a partire dal quarto anno da quello d’immatricolazione dell’auto, e quindi si basa semplicemente su una cadenza biennale e non su altri criteri più ragionevoli, quali ad esempio il totale dei Kilometri percorsi; sarebbe giusto ad esempio far sottoporre obbligatoriamente l’auto a revisione ogni 5 mila kilometri, con tanto di bollino recante la soglia dei kilometri superati, anziché la data. Invece, col sistema vigente, sono messe sullo stesso piano auto che in 2 anni hanno percorso decine di migliaia di kilometri, con una che magari ne percorre qualche centinaio.

Per quanto concerne il Bollino blu, anch’esso diventa obbligatorio dopo il quarto anno da quello d’immatricolazione dell’auto, e deve essere fatto ogni anno. Anche qui, non è giusto far pagare il bollino blu ad un auto a benzina verde, diesel, gpl o metano, dopo appena 4 anni dalla sua immatricolazione, con cadenza perfino annuale. Sarebbe più giusto renderlo obbligatorio dopo un periodo che ha reso la macchina più inquinante per la saturazione del sistema di scarico e della lavorazione interna del carburante e dell’olio; ad esempio 10 anni. Oltretutto, ci sono così tanti fattori inquinanti in città, che prendersela con gli automobilisti è un accanimento ingiusto; uno dei tanti ai danni dei cittadini.

L’auto è ritornata pertanto un bene di lusso, poiché a queste due tassazioni, ingiuste nelle modalità con le quali sono imposte ai contribuenti, va sommato il prezzo della benzina; la tassa di possesso, la quale ha sostituito quella di circolazione, e quindi va pagata indifferentemente dall’uso o meno dell’auto; l’assicurazione, che dopo la liberalizzazione del mercato è paradossalmente aumentata per il cartello imposto dalle compagnie; i pedaggi autostradali e della tangenziale, da pagare nonostante la pericolosità di queste strade extraurbane, vuoi per il loro manto stradale dissestato, vuoi per le corsie disegnate male.


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mercoledì, 07 ottobre 2009

IL COMUNE DI CASORIA RISCHIA DI PERDERE I FONDI EUROPEI

Il Programma Integrato Urbano “PIU' Europa” è una strategia messa in piedi dalla Comunità europea per il periodo 2007-2013 che intende dedicare particolare attenzione alle esigenze specifiche di alcuni territori, come le zone urbane. Esso pertanto, mira ad incoraggiare un "approccio integrato" che favorisca la crescita e l'occupazione e, allo stesso tempo, persegua obiettivi sociali e ambientali; attraverso il “PIU Europa”, la Regione Campania intende intervenire sulle 20 città medie campane con popolazione superiore ai 50.000 abitanti, per rafforzarne l'attrattività e la competitività.

Allo scopo di migliorare le condizioni di vivibilità delle suddette città, il programma si concentra in un ambito territoriale chiaramente definito e individuato dalla città delegata come ambito a maggior rischio: le snaturate periferie delle grandi aree urbane, le aree urbane sottoutilizzate o non utilizzate, i centri storici soggetti a degrado fisico, economico e sociale, le aree naturali in ambito urbano, i "waterfront".

I principi guida del PIU Europa sono:

 -la sostenibilità delle scelte, ottenuta mediante la partecipazione dei cittadini e della società civile in modo da accrescere la legittimità e l'efficacia  delle azioni, attraverso l'attivazione di forum condotti con riferimento alla metodologia di Agenda 21 Locale;

 -il perseguimento di una alta qualità di vita, applicando i principi di sostenibilità ambientale, sociale e di eco-compatibilità;

 -il rafforzamento del partenariato tra i soggetti pubblici e tra pubblico e privato;

-l'ottimizzazione della spesa sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo.

 

In data 10 febbraio 2009, il Comune di Casoria (Comune a Nord di Napoli che ricordo essere amministrato per la prima volta nella sua storia da una Giunta di centro-destra, dopo le elezioni dello scorso aprile successive a 2 anni di commissariamento per infiltrazioni camorristiche) e la Regione Campania, hanno sottoscritto un Protocollo d'Intesa per la realizzazione del programma “PIU Europa”; per cui, a partire da quella data, l'amministrazione comunale casoriana dovrebbe giungere, entro la fine dell'anno in corso, all'elaborazione di un Documento di Orientamento Strategico “DOS”, atto a delineare lo sviluppo della città, declinato in scelte tecnico-strategiche quanto più partecipate e condivise; infatti il Comune dovrebbe prediligere, per raggiungere tale scopo, un metodo di lavoro a carattere partecipativo atto a garantire la sostenibilità, l'efficacia e la coerenza dei progetti con la realtà locale. Presentato il DOS (elaborato dal Laboratorio di pianificazione partecipata e approvato con delibera dal consiglio comunale di Casoria) alla Regione Campania, si proseguirà con l’Accordo di Programma Quadro con quest’ultima.

Insomma, un processo complesso e meticoloso, poiché occorre ascoltare le istanze dei soggetti locali (società civile, enti di governance, attori economici ed enti di government) sollecitandone ove manchi la partecipazione; e leggo dal sito del Comune che le azioni progettate per questo scopo sono:  perlustrazioni nei quartieri in diversi punti della città, interviste, attività di animazione presso le scuole elementari e medie, interazione con gli attori della società civile, interazione con istituzioni ed attori economici.

In data 30 luglio, è stata anche stipulata una graduatoria di tutti i progetti idonei presentati.

Tuttavia, l’opposizione di centro-sinistra presente nel consiglio comunale casoriano, denuncia un forte ritardo su tutti i progetti relativi al PIU Europa ed è in serissima difficoltà, al punto tale che si prospetta addirittura la possibilità che, qualora il Comune dovesse dichiarare il dissesto economico, potrebbero andar perduti anche i fondi europei stanziati.

Insomma, piovono soldi dalla Comunità europea e noi del Mezzogiorno, come al solito, per la nostra disorganizzazione e mancanza di una seria linea politico-progettuale, finiamo per sfruttarli male o non sfruttarli affatto (vedi la proliferazione di corsi di formazione e relativi enti di formazione). Succedeva in passato con i soldi che la DC ci faceva piovere dall’America, succede oggi con quelli della Comunità europea. Ma oggi c’è un rischio in più. Con l’approdo nell’UE dei Paesi dell’est, sarà sempre più difficile disporre di fondi, poiché una buona parte di questi saranno destinati proprio al rilancio di tali Stati degradati; tant’è che si prospetta che il piano comunitario del periodo 2007-2013 potrebbe essere l’ultimo treno europeo per il nostro Sud. E noi ci ritroviamo questi amministratori…


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martedì, 06 ottobre 2009

LA LOTTA ISOLATA DELL’IDV IN PARLAMENTO

L’Italia dei valori, agli occhi accusatori della maggioranza (ovviamente) ma anche degli altri due partiti di opposizione, ovvero PD e UDC, sta passando come partito eversivo, sguaiato, polemico, offensivo; che Casini dice addirittura di isolare dal Parlamento. Ma al di là di sommatorie accuse rivolte a qualche pittoresca manifestazione di dissenso da parte dei parlamentari dell’IDV (ultimo l’essersi presentati fuori al Parlamento vestiti da mafiosi siciliani con tanto di sigaro e coppola; oppure l’aver presentato un’agenda rossa alla Camera come quella di Borsellino contenente molti nomi di prestigio da indagare, mai più trovata dopo la sua morte) o qualche parola molto pesante nei riguardi del Presidente Napolitano (Di Pietro gli ha sostanzialmente dato del vile), bisogna anche andare nel merito della questione. Non fermandosi solo a qualche travestimento irriverente o qualche parola di troppo.

La protesta verbale e non dell’IDV, è esplosa dopo l’approvazione in Parlamento dello scudo fiscale e della promulgazione dello stesso da parte del Presidente della Repubblica; ricordo che lo scudo fiscale è un vero regalo a chi ha commesso illeciti e ha depositato i propri capitali all’estero, poiché questi possono farli rientrare entro dicembre nel pieno anonimato con una modica mora del 5% e viene offerta loro anche la cancellazione di reati finanziari, tra cui il falso in bilancio (salvo per chi ha già processi pendenti). Ora, oltre a questo ennesimo provvedimento-scandalo da parte del Governo, bisogna segnalare sia l’assenza di 23 i deputati del PD e 6 dell'UDC, assenze che sono risultate decisive per il passaggio del provvedimento alla Camera poiché lo stesso è passato per 20 voti, essendo assenti anche ben 56 deputati del PDL; come se tra le file di quest’ultimo ci fossero dei dissidenti, mentre, di contro, in quelle del PD e dell’UDC ci fossero dei deputati favorevoli. Insomma, siamo ancora di fronte ad un Parlamento bipartisan su certe leggi-schifezza a vantaggio dei disonesti; del resto, sono sempre stato convinto che i truffaldini siano presenti anche nel PD, e con certezza anche nell’UDC. In sintesi, l’IDV è l’unica ad essersi opposta sul serio al provvedimento (al momento della votazione era assente un solo deputato).

Ma non finisce qui. Altre aspre critiche al partito di Di Pietro sono giunte per le critiche di questo al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per aver, come detto, firmato al primo colpo il provvedimento. La Costituzione prevede che il Presidente della Repubblica può respingere una legge proposta dal Parlamento, con le dovute correzioni e motivazioni, ma quest’ultimo può riapprovare la legge non apportando alcuna modifica al testo; in questo caso il Presidente deve firmare la legge in ogni caso. Per cui, se Napolitano firma subito un decreto, automaticamente dà il suo consenso allo stesso, e si rende partecipe dei suoi effetti ingiusti nei confronti dei cittadini onesti.

Sono favorevole all’opposizione frontale e decisa che l’IDV sta ponendo alla politica formato Berlusconi; mentre la timidezza mostrata ora dal PD e negli ultimi 15 anni dal centro-sinistra in generale, nonché il bello e il cattivo tempo da parte degli opportunisti dell’UDC, non fanno altro che il gioco della pseudo-destra che ci governa quasi incessantemente da 8 anni e chissà per quanti altri ancora, a livello nazionale e locale.


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