Qui racconterò le mie verità, le verità SUPPOSTE...
"E ho ancora la forza di scegliere parole, per gioco o per il gusto di potermi sfogare... Perchè, che piaccia o no, è capitato che sia quello che so fare..."
(Luciano Ligabue)

Utente: LucaScialo
Nome: Luca Scialò
Ho 28 anni, di Napoli, Sociologo, scrittore ed Operatore sociale.
Ho pubblicato cinque libri (di cui troverete i relativi Banner su questo lato scorrendo il Blog, per eventualmente poterli acquistare):
1."LE STRAGI DIMENTICATE" sul Terrorismo di estrema destra attivo in Italia tra gli anni '60 e gli anni '80;
2."IL CROLLO DELLE CERTEZZE", ossia una mia analisi sociologica sui processi che hanno caratterizzato l'approdo all'attuale società contemporanea;
3."ADDIO ALLE ARMI", analisi storica dei principali partiti di massa di destra e di sinistra, fino all'epilogo attuale.
4."ALL'ITALIA", raccolta di foto a monumenti o bellezze naturali scattate in giro per l'Italia tra il 2003 e il 2008.
5."IL CAPITALISMO AVEVA VINTO", Cronistoria del trionfo prima, ed il crollo poi, di un’ideologia che, dopo aver perso il suo principale avversario crollato sulle proprie gambe, il Comunismo, sembrava ormai destinata ad essere il modello dominante per i sistemi socio-economici e culturali del Mondo intero: il Capitalismo.
Cresciuto tra il "comunismo rivoluzionario" di mio padre e la "morale cattolica" di mia madre, politicamente mi descrivo un estimatore del "socialismo europeo", ossia del modo laico-riformista di cambiare la società, con un occhio di riguardo verso i socialmente svantaggiati, senza cercare un "conflitto di classe" con i capitalisti o gli aristocratici, bensì un dialogo costruttivo; nè senza l'appiattimento dell'economia in chiave statalista.
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domenica, 29 novembre 2009

LA SUA BANCA E’ DIFFERENTE

Le Banche sono ormai sempre più viste come “strozzini legalizzati e autorizzati”, pronti a prestarti i soldi dietro congrue garanzie (come il possesso di un bene immobile da poter eventualmente pignorare), da restituire poi maggiorati degli interessi maturati; ma in questo sistema diabolico e “mangia-disperati” c’è ancora posto per persone con ideali e sani principi, al punto da andare anche incontro ad illeciti ed irregolarità

E’ il caso di una direttrice di banca sita a Bornheim, un piccolo centro vicino Bonn, ex capitale della Germania federale fino alla riunificazione tedesca; dal 1990 era direttrice della locale cassa di risparmio, la Vr-Bank. La donna (il cui nome resta nell’anonimato per rispetto della privacy) prelevava somme dai conti correnti dei ricchi, per trasferirli su quelli dei poveri; una sorta di Robin Hood tedesca.

Secondo quanto scrive oggi la ’Bild’, tra il 2003 e il 2005 ella ha spostato 7,6 milioni di euro in 117 casi accertati, giustificando tali operazioni con il fatto che lei abbia aperto linee di credito anche per clienti meno abbienti, con il risultato di avere tanti conti correnti in rosso. Per non attirare l’attenzione, quando si avvicinava un’ispezione, trasferiva somme consistenti dai libretti di risparmio di clienti benestanti a quelli dei più poveri. Passato il controllo, restituiva le somme trasferite ai legittimi proprietari. Questo però non sempre era possibile in quanto alcuni clienti dai conti in rosso profondo, riuscivano a spendere i soldi prima ancora che lei riuscisse a riprenderli. Alla fine, il danno da lei arrecato alla banca è stato di 1,1 milioni di euro.

Bisogna comunque aggiungere che per sé la donna non ha mai prelevato nulla.

Dopo essere stata scoperta, la direttrice di banca dal cuore d’oro è stata licenziata in tronco, e per far fronte al debito ha dovuto vendere la casa, le polizze di assicurazione, quasi ogni bene. Insomma si è ritrovata sul lastrico, ed ora deve scontare 22 mesi di carcere con la condizionale, con una pensione di mille euro.

La donna in fondo ha cercato solo di coprire momentaneamente i conti dei clienti poco abbienti, cercando di gestire in modo manageriale soldi non suoi; purtroppo però i clienti che ha aiutato non sono mai riusciti a migliorare il proprio conto, e quindi restituire il debito, vuoi perché spendaccioni e spreconi, vuoi per le condizioni “da cappio” della Banca stessa. Gli è andata male. Peccato, in fondo, visto che come detto non prelevava niente per sé, lo faceva per generosità, in un sistema che invece ha bruciato miliardi e mandato sul lastrico altrettante famiglie in tutto il Mondo.

(Fonti: La Stampa, Tg1)


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martedì, 17 novembre 2009

FILIPPINE, UN CIMITERO PER VIVERE

Ieri mattina si è aperto il vertice Fao sulla sicurezza alimentare; solite promesse e recriminazioni, ma soprattutto, soliti nulla di fatto concreti. Il tutto malgrado il monito di papa Benedetto XVI che alla platea di capi di Stato e di governo ha sottolineato la vergogna di un mondo che di fronte alla fame non nasconde «opulenza e sprechi».

Proprio in virtù di questa ennesima presa in giro di chi governa il Mondo, voglio riportare questo post riguardante le Filippine, Paese di tanto in tanto colpito da qualche catastrofe naturale come tifoni, inondazioni e terremoti, e che versa in una povertà cronica; qui è stata trovata una soluzione (a dir poco macabra) per sopravvivere: un cimitero.

Questo paradosso non è un gioco di parole, ma dura e pura realtà: a Navotas, città a Nord di Manila, la povertà estrema costringe numerose famiglie filippine a trovare rifugio nel Cimitero municipale; le persone dormono in giacigli improvvisati sopra le tombe o addirittura dentro ai loculi, con tanto di cadaveri segati a pezzi e trasferiti in loculi più piccoli. All'interno del cimitero è stato addirittura improvvisato un campo da basket tra le tombe, dove i bambini possono giocare.

La povertà fa fare cose impensabili e tristemente assurde.

Di seguito riporto il link dove potete vedere anche qualche foto scioccante scorrendo le pagine:

http://lastampa.it/multimedia/multimedia.asp?p=4&pm=1&IDmsezione=10&IDalbum=21780&tipo=FOTOGALLERY#mpos
(Fonte: La Stampa)




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martedì, 10 novembre 2009

I RESPONSABILI DEI CRIMINI NELLA EX JUGOSLAVIA NON PAGHERANNO MAI SUL SERIO

Biljana Plavsic, ex presidente dei serbi di Bosnia Erzegovina condannata nel 2003 a 11 anni di reclusione per crimini contro l'umanità commessi durante la guerra in Bosnia Erzegovina, è stata rilasciata in Svezia, dove scontava la pena cui l'aveva condannata il Tribunale penale internazionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia.

Plavsic, 79 anni, ha scontato la pena nel carcere di Hinseberg, 200 chilometri ad ovest di Stoccolma. La Svezia aveva recentemente comunicato alla corte dell'Aja della possibilità di un rilascio anticipato per la Plavsic, mossa alla quale la Corte non si era opposta.

La Plavsic aveva riconosciuto le proprie responsabilità in quanto vice presidente dell'autoproclamata repubblica serba di Bosnia nella campagna di persecuzione e pulizia etnica attuata dalle forze serbe contro i musulmani e i croati della ex repubblica jugoslava, la quale portò alla morte di 100.000 persone tra il 1992 e il 1995. Plavsic era diventata presidente della “Republika Srpska” nel 1996 dopo la fine della guerra e la fuga di Radovan Karadzic. Si consegnò volontariamente ai giudici dell'Aja nel 2001 e nell'ottobre del 2002 ha ammesso a propria colpevolezza. Gesto che l’ha salvata a quanto pare.

Radovan Karadzic, arrestato nel luglio del 2008 dopo anni di clandestinità ha invece visto da poco iniziare il suo processo presso l’Aja; processo che però è stato già rinviato due volte poiché l’imputato non si è presentato, né vuole un avvocato. I giudici hanno comunque fatto sapere che il processo andrà avanti, con o senza un avvocato d’ufficio per Karadzic, ma soprattutto, con o senza quest’ultimo, imputato principale. Pare però che si sia convinto a collaborare.

Nel 1989 fu tra i protagonisti della fondazione in Bosnia Erzegovina del Partito Democratico Serbo (Srpska Demokratska Stranka) che si proponeva di proteggere e rafforzare gli interessi dei serbi di Bosnia Erzegovina. Il 3 marzo 1992 un referendum cui avevano partecipato solo i croato-bosniaci e i bosniaci musulmani (mentre era stato boicottato dai serbi di Bosnia), sancì l'indipendenza della Repubblica dalla Jugoslavia. Poco più di un mese dopo la Bosnia Erzegovina venne riconosciuta dall'Onu come stato indipendente e sovrano, ma i serbi di Bosnia non riconobbero il nuovo Stato e proclamarono la nascita nei territori a prevalenza serba della Repubblica Serba (Republika Srpska), di cui Karadzic divenne Presidente.

E' accusato di aver ordinato la "pulizia etnica" di popolazioni bosniache e croate. La doppia accusa di genocidio nei suoi confronti è collegata a due terribili momenti del conflitto: la strage di Srebrenica e l'assedio di Sarajevo. Stragi che mostrarono ancora una volta l’impotenza e l’inefficienza dell’ONU.

A distanza di quasi 15 anni dalla fine di quelle tragiche pagine della storia jugoslava e dell’umanità in generale, non è ancora stata fatta giustizia; con una responsabile che ha scontato solo 9 anni di carcere, e un altro responsabile che, dopo essere riuscito a scappare per oltre 10 anni, ora sbeffeggia il Tribunale penale internazionale contro i crimini di guerra nella ex Jugoslavia (Aja), non presentandosi agli appelli.

(Fonti: LaRepubblica, Wikipedia)


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lunedì, 09 novembre 2009

VENT’ANNI FA CROLLAVA IL MURO DI BERLINO

Vent’anni fa accadeva l’evento destinato a cambiare le sorti politico-economiche del Mondo: la caduta del Muro di Berlino. Tale avvenimento segna la tappa fondamentale di quel processo basato sulla distensione sul piano dei rapporti internazionali tra Stati Uniti d’America e Unione Sovietica1, da ormai trent’anni in piena Guerra Fredda. Un conflitto definito in tale modo poiché due blocchi contrapposti, capeggiati rispettivamente da queste due grandi potenze militari, divisi convenzionalmente secondo la loro posizione geografica, in Ovest (USA, Paesi NATO ed altri Stati filo-americani non membri della NATO) ed Est (URSS, Paesi firmatari del Patto di Varsavia e altri stati filo-sovietici non rientranti in quest’ultimo), diedero vita ad una tensione basata non su una guerra disputata in modo convenzionale, ossia con le armi, ma a colpi di conquiste geografiche, appoggi militari a piccoli Stati impegnati in conflitti qua e là nel Globo, acquisizioni o produzioni di armi sofisticate e ad alto potenziale distruttivo, nonché ricerche scientifiche.

La svolta che favorì la distensione è stata individuata da molti storici e politologi nella nomina a Segretario generale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica (PCUS), di Mikail Gorbaciov4, l’11 marzo del 1985, succeduto ad un altro storico Segretario, Leonid Brežnev, il quale durante il suo incarico, portò l’Impero Sovietico

alla stagnazione economica e ad aspri rapporti con gli USA. Gorbaciov, infatti, durante il suo mandato, avviò alcune riforme che portarono lentamente l’Impero sovietico alla sua democratizzazione (ciò gli valse il premio Nobel per la pace nel 1990); riforme riguardanti sia il sistema economico che mediatico.

Altro duro colpo al regime fu la crescente spinta nazionalista ed indipendentista di alcuni Stati federali facenti parte dell’Impero Sovietico, i quali presero coraggio nel

contrastare, almeno politicamente, lo Stato centrista; iniziarono l’Estonia, la Lituania e la Lettonia, poi l'Ucraina, la Georgia e l'Azerbaijan6.

Un accenno va però dedicato anche a ciò che accadde durante gli anni ’80, alla parte convenzionalmente ritenuta avversa agli URSS, ossia gli Stati Uniti D’America.

Nella prima metà degli anni ’80, guardando chi era alla guida rispettiva dei due Paesi, nessuno forse avrebbe scommesso sul disgelo tra USA e URSS. Se infatti quest’ultimo era guidato da Brežnev, un conservatore che come detto portò il Paese alla stagnazione economica e all’inasprimento dei rapporti con gli americani, nel primo le elezioni presidenziali del 1981 furono vinte dall’ex attore Ronald Reagan, repubblicano, dalle idee antistataliste e liberiste (e quindi è facile immaginare

quanto lontane da quelle sovietiche).

Quando Regan entrò in carica, gli USA versavano in un momento economico difficilissimo, Egli così decise di mettere in pratica le teorie liberiste in cui credeva (tra cui la “curva di Laffer”, nonché seguendo la scia di ciò che in Gran Bretagna stava facendo il Primo Ministro liberista Margaret Thatcher), convinto che le tasse americane fossero troppo alte, e una loro diminuzione avrebbe portato ad una crescita delle entrate e a maggiori investimenti, con un effetto benefico per l'economia.

Comunque, la diminuzione delle tasse aumentò i consumi, e contribuì ad invertire la congiuntura economica, e dal 1982 al 1990, gli USA conobbero un periodo di crescita

economica ininterrotto. Il tutto facilitato dal conflitto tra Iran e Iraq, che scatenò una sorta di crisi petrolifera alla rovescia, poiché le due nazioni cominciarono a svendere

sempre più oro nero per finanziare la propria guerra.

Per quanto riguarda la politica estera (che ci riguarda più da vicino ai fini del ragionamento condotto in quest’opera), Reagan inizialmente inasprì fortemente i rapporti con l’Unione Sovietica, da lui definita, nel 1983, come “Impero del Male”; anche con altre potenze europee i rapporti non erano certo facili, in virtù del modo unilaterale da lui scelto per agire nelle questioni internazionali. Di contro, migliorarono molto i rapporti con la Cina, un alleato che Reagan ritenne strategico nella Guerra Fredda contro i sovietici.

Tuttavia, i rapporti con l’URSS migliorarono dopo la nomina di Gorbaciov a Premier, più aperto come detto al mercato e ai rapporti internazionali. Reagan è anche ritenuto il principale fautore della svolta epocale costituita dalla fine del Regime sovietico.

Chissà quanto di vero ci sia in ciò; certo è che senza una forte volontà al cambiamento, interna alla stessa URSS, le cose difficilmente sarebbero cambiate. E’ un po’ come chiedersi se è nato prima l’uovo o la gallina.

E’ comunque parere diffuso che l’inizio della fine del Regime Sovietico sia da attribuire al crollo del muro di Berlino, avvenuto il 9 novembre 1989. Prima di parlare della sua fine, è giusto descriverne l’origine.

Innanzitutto, bisogna dire che il muro fu costruito per impedire la fuga di persone dalla Germania Est comunista. La Germania, infatti, in seguito al Congresso di Yalta poco prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, fu divisa in 4 aree amministrate dai Paesi ritenuti vincitori della guerra, che così potevano rivalersi sulla Germania ritenuta principale responsabile del conflitto, sotto la guida nazista: Unione Sovietica, Stati Uniti d'America, Regno Unito e Francia (il primo controllava tutta la Germania Est, gli altri la Germania Ovest). Il settore sovietico di Berlino era però di gran lunga il più esteso, e occupava la maggior parte della metà orientale della città, tant’è che Berlino Ovest (amministrata appunto da USA, Francia e Regno Unito)

era in effetti completamente circondata dalla zona destinata ai sovietici.

Inizialmente però, le persone site su territorio tedesco potevano circolare liberamente da una zona all’altra; tuttavia, man mano che la Guerra Fredda entrava nel vivo, ma soprattutto in virtù di un’emigrazione di massa dalla Germania Est a quella Ovest (quest’ultima più ricca e prospera della prima), la Repubblica democratica tedesca

(in sintesi, la Germania Est), innalzò una barriera di filo spinato per dividere anche fisicamente la città di Berlino in due parti, nella notte tra il 12 e il 13 agosto del ’61; ma già dal 15 agosto cominciò a prendere forma un vero e proprio muro di cemento e pietra. Negli anni seguirono costruzioni sempre più imponenti, fino ad arrivare al 1975, anno in cui oltre al muro vi erano recinzioni, trincee anticarro, oltre 300 torri di guardia con cecchini armati, trenta bunker e una strada illuminata per il pattugliamento lunga 177Km.

La vera svolta politica che mise in discussione il muro, non fu la politica interna ed internazionale di Gorbaciov bensì fu un altro avvenimento: il 23 agosto 1989, l'Ungheria rimosse le sue restrizioni al confine con l'Austria, e ciò permise nel mese successivo a ben 13.000 tedeschi dell'Est, di scappare

attraverso l'Ungheria, e agli occhi del Mondo, la Germania Est non poteva più nascondere l’insofferenza del suo popolo. Ma la vera goccia che fece traboccare il vaso, nell’autunno seguente, fu un errore di comunicazione da parte del Governo della Repubblica democratica tedesca, nel concedere permessi per viaggiare nella Germania dell’Ovest; di fatti, alle persone fu detto di poter raggiungere l’altra parte del muro, senza che però i vertici stessi specificassero ancora le restrizioni, le eccezioni, e soprattutto, preparassero al tutto le guardie messe di piantone nei pressi del muro. Così, decine di migliaia di berlinesi dell’Est, avendo visto l’annuncio di Schabowski, Ministro della Propaganda, in diretta alla televisione, si precipitarono inondando i checkpoint e chiedendo di entrare in Berlino Ovest. Le guardie di confine, sorprese, iniziarono a tempestare di telefonate i loro superiori, ma era ormai chiaro che non era più possibile rimandare indietro tale enorme folla vista la mancanza di equipaggiamenti atti a sedare un movimento di tali proporzioni; così si videro costrette ad aprire i checkpoint e far passare i berlinesi dell’Est, che in festa, si

abbracciarono con quelli dell’Ovest. Siamo nel 9 novembre 1989, che di fatto, è considerata la data che sancisce il crollo del muro di Berlino.

Il muro fu dapprima lentamente fatto a pezzi dai Berlinesi stessi e dagli stranieri accorsi lì per portarsi a casa un pezzo di souvenir storico, nei giorni e settimane successive a quell’episodio. Ma ufficialmente il suo abbattimento iniziò il 13 giugno 1990, anche se non è stato abbattuto del tutto, utilizzando alcune parti come luoghi turistici e di memoria.

La Germania fu ufficialmente riunificata il 3 ottobre 1990 (divenuto di fatto il "Giorno della riunificazione"), quando i cinque stati federali (Brandeburgo, Meclenburgo-Pomerania Occidentale, Sassonia, Sassonia-Anhalt e Turingia), già esistenti nella Repubblica Democratica Tedesca ma aboliti e trasformati in Province, si ricostituirono e aderirono formalmente alla Repubblica Federale di Germania (Germania Ovest). Dal momento in cui i nuovi cinque Länder entrarono nella Repubblica Federale, l'area di applicazione del Grundgesetz (Legge fondamentale, l'equivalente tedesco della nostra Costituzione) fu semplicemente ampliata ad essi

includendoli.

Il crollo del Muro ebbe un significato non solo fondamentale per la storia politica, culturale, sociale ed economica della Germania, che così poteva ritornare unita e libera dopo quarant’anni di divisione e oppressione comunista (almeno nella parte Est, che di fatto, al momento della riunificazione, si mostrò più arretrata economicamente della parte Ovest), ma anche un significato non certo positivo, come invece fu per la Germania, per la stessa Unione Sovietica, poiché in questo modo, perdeva un simbolo di grande prestigio ed influenza sul piano dei rapporti internazionali.

Ai fini della dissoluzione dell’URSS, oltre ai fatti di politica estera ed economica prima menzionati, ad essere decisivi furono ovviamente i fatti di politica interna; in particolare, un uomo politico su tutti: Boris Eltsin.

La sua carriera politica interna al PCUS è stata caratterizzata dagli scontri con l’ala conservatrice del partito, essendo lui un fervente sostenitore dell’ala radicale

riformatrice; la sua linea ferma e intransigente gli permise di diventare deputato al Congresso del popolo della Federazione nel marzo 1990, e il 29 maggio dello stesso

anno divenne Presidente del Parlamento; nominato poi, il 12 giugno del 1991, Presidente della Federazione russa, eletto a suffragio universale con il 57% dei voti21.

Nonostante la sua contrapposizione con Gorbaciov, paradossalmente, fu egli stesso determinante nella difesa della figura di quest’ultimo, nei giorni del tentato colpo di

stato del 19-21 agosto 1991, quando si schierò apertamente contro i conservatori golpisti, e chiese il ritorno di Gorbaciov, prigioniero nella sua dacia in Crimea da 3

giorni. L’episodio però fu utilizzato da Eltsin per sottolineare la debolezza della figura di Gorbaciov23 (che infatti si dimise a fine dicembre ’91), e la necessità di porre fine all’Unione Sovietica, nonché aumentare i consensi in proprio favore.

L’8 dicembre 1991, i Presidenti di Russia, Ucraina e Bielorussia firmarono a Belavezha il trattato che sanciva la dissoluzione dello Stato sovietico, e di fatto, la nascita della Comunità degli Stati Indipendenti, cui aderirono altri 8 Stati dell’ex URSS il 21 dicembre dello stesso anno; mentre la Georgia (Stato che si era proclamato indipendente nell’aprile di quell’anno), solo nel ’94. In realtà, la CSI, vista da molti come speranza per un futuro di pace, nonché di prosperità socio-economica per gli stessi Paesi membri (i quali, dopo il crollo della “maschera” dell’URSS, si erano rivelati allo sguardo dell’opinione pubblica in una situazione molto critica da quel punto di vista), mostrò invece la sua debolezza politica, nonché un sostanziale controllo ed ingerenza della Russia nei confronti degli stati ex membri dell’URSS.

Insomma, da questo punto di vista non c’era stata alcuna svolta.

Del resto, oltre alle difficoltà economiche prima accennate, l’iniziale allentamento di un controllo politico-militare forte a livello centrale, aveva disvelato i vari conflitti etnici tra le popolazioni occupanti quei vastissimi territori collocati tra Europa e Asia: basti pensare alle guerre civili in Georgia, Moldavia, Tagikistan, nella regione del

Caucaso, al conflitto tra Armenia e l'Azerbaigian, e forse il più aspro e noto di tutti, al conflitto russo-ceceno.

Il crollo dell’URSS ebbe un effetto domino sugli altri regimi comunisti dell’Est europeo.

Ad anticipare il crollo dell’URSS, ci pensarono gli altri Paesi comunisti del Patto di Varsavia, ossia quel trattato elaborato dal Segretario generale sovietico Nikita

Il primo Paese a rovesciare i comunisti al potere, fu forse quello più travagliato dalle dittature nel corso del ‘900, avendo subito le oppressioni sia naziste, che comuniste: la Polonia; poi toccò all’Ungheria, Cecoslovacchia, Bulgaria

Diverso il rovesciamento del regime comunista in Romania, dove Ceausescu, al potere dal 1965, riusciva ancora in quegli anni, a mantenere un certo controllo sul popolo. Poi, il 25 dicembre sempre dell’89, dopo una rivolta popolare in seguito all’arresto di un vescovo, il dittatore e sua moglie furono consegnati dalla polizia all’esercito, e dopo un processo sommario durato meno di un’ora da parte di un tribunale militare improvvisato, la coppia fu condannata a morte e fucilata, da

altrettanti improvvisati esecutori.

Tragica fu anche la rivolta in Albania, dove il regime comunista svelò tutti i limiti e i problemi socioeconomici albanesi, tant’è che tra il ’90 e il ’91, e successivamente nel ’97, seguitarono emigrazioni di massa verso l’Italia (in Puglia, ricorderete i barconi carichi di disperati), e la vicina Grecia.

Ultimo atto importante del crollo dell’URSS fu lo scioglimento del Patto di Varsavia;

con il rovesciamento dei regimi comunisti in tutti i suoi Stati membri, il Patto di Varsavia non aveva più ragion d’essere. Di fatto, il 1º luglio 1991, ne fu firmato a Praga il protocollo ufficiale di scioglimento, e, come segno dei tempi che cambiavano, alcuni anni dopo, ossia il 12 marzo 1999, alcuni ex membri del Patto di Varsavia aderirono alla NATO: Repubblica Ceca (ex Cecoslovacchia), Ungheria e Polonia, quelli che più di tutti, avevano sofferto la repressione sovietica.

Con il crollo del Muro di Berlino, molti credevano che il Mondo avesse vissuto decenni e decenni di pace. Nei fatti, invece, è stato il contrario, visto che tale evento ha “scongelato” e fatto emergere i contrasti tra gli Stati prima subordinati sotto una stessa egemonia (come in Jugoslavia o URSS), oltre poi ad aver fatto perdere agli USA quel contrappeso che ne frenava le operazioni militari, ovvero l’URSS. Giusto per citare qualche conflitto: le due guerre in Iraq, nell’ex Jugoslavia, l’intifada tra Israele e Palestina, il conflitto in Afghanistan, in Cecenia…

Infine, da diversi sondaggi agli abitanti dell’ex Germania est e dalle ultime votazioni presidenziali in Germania, pare proprio che una parte dei tedeschi una volta subordinati all’ex URSS, quasi rimpiangono quegli anni.

Sul crollo del Muro di Berlino e sul susseguente dominio del Capitalismo nel ventennio successivo (fino alla crisi dei mercati finanziari), vi segnalo la mia modesta opera  dal titolo “Il Capitalismo aveva vinto”, acquistabile al seguente link:
http://www.lulu.com/content/libro-a-copertina-morbida/il-capitalismo-aveva-vinto/7339723

 


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sabato, 07 novembre 2009

UN “ANGOLAGATE” PER LA FRANCIA

Il figlio dell'ex Presidente francese Francois Mitterand e l'ex ministro degli Interni, Charles Pasqua, sono stati condannati in primo grado per il ruolo ricoperto nel traffico illegale di armi con l'Angola.
Il primo è stato condannato a due anni di reclusione con la condizionale e al pagamento di 375 mila euro, mentre Charles Pasqua è stato condannato a 3 anni, di cui due sospesi, e al pagamento di 100 mila euro. L'accusa era quella di aver accettato delle tangenti per agevolare la vendita di armi all'Angola, durante il periodo 1993-98, contravvenendo alla legislazione francese.
Imputati principale del processo sono il miliardario russo-israeliano Arkady Gaydamak e il magnate francese Pierre Falcone, che sono stati condannati in contumacia a sei anni di prigione per aver organizzato il traffico di armi. La giuria ha ritenuto Gaydamak e Falcone colpevoli di aver comprato carri armati, elicotteri e munizioni per artiglieria per un valore di 800 milioni di dollari e di averli rivenduti in Angola, durante la guerra civile, attraverso una società francese e la sua filiale nell'Europa dell'Est.
Questa notizia riporta alla luce lo sfruttamento delle potenze Occidentali verso i Paesi africani, asiatici e latino-americani, non muovendo un dito nei loro affari interni e quindi permettendo lo sterminio di milioni di persone inermi, e avendo come cospicuo ritorno la compravendita di armi; in una sorta di “scannatevi voi che noi ci guadagniamo”. La povera giornalista Ilaria Alpi aveva anche scoperto qualcosa nel ‘94, ovvero traffici internazionali di rifiuti tossici e di armi, nascosti dietro la cooperazione internazionale ai paesi in via di sviluppo (c’entrano anche le navi tossiche buttate nei mari circostanti la Calabria); ma sappiamo tutti la fine che ha fatto.
(Fonte: Unità, Free reporter)


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mercoledì, 04 novembre 2009

ISRAELE RIDUCE L’ACCESSO ALL’ACQUA AI PALESTINESI

Amnesty International ha accusato Israele di negare ai palestinesi il diritto a un adeguato accesso all'acqua, mantenendo il controllo totale delle risorse idriche comuni e mettendo in atto politiche discriminatorie, concepite per limitare la disponibilità di acqua e impedire lo sviluppo di infrastrutture idriche operative nei Territori palestinesi occupati.

Di seguito riporto un riassunto dell’approfondito rapporto di Amnesty, mentre l’articolo potrete visionarlo qui: www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/2725

 

Israele utilizza più dell'80% dell'acqua della falda montana (la maggiore riserva idrica del sottosuolo dell'area), e limita l'accesso dei palestinesi al solo 20%. La falda montana è l'unica risorsa per i palestinesi della Cisgiordania, mentre è solo una delle tante a disposizione d'Israele, che tiene per sé tutta l'acqua disponibile del fiume Giordano. Mentre il consumo giornaliero di acqua dei palestinesi raggiunge a malapena i 70 litri a persona, quello degli israeliani è superiore a 300 litri, quattro volte di più. In alcune aree rurali i palestinesi sopravvivono con solamente 20 litri al giorno, la quantità minima raccomandata per uso domestico in situazioni di emergenza. Da 180.000 a 200.000 palestinesi che vivono in comunità rurali non hanno accesso all'acqua corrente e l'esercito israeliano spesso impedisce loro anche di raccogliere quella piovana. Al contrario, i coloni israeliani, che vivono in Cisgiordania in violazione del diritto internazionale, hanno fattorie con irrigazioni intensive, giardini ben curati e piscine: 450.000 coloni israeliani utilizzano la stessa, se non una maggiore quantità d'acqua, rispetto a 2.300.000 palestinesi.

Nella Striscia di Gaza, il 90-95 per cento dell'acqua dell'unica risorsa idrica presente, la falda acquifera costiera, è contaminato e inutilizzabile per uso domestico. Inoltre, Israele non permette il trasferimento di acqua della falda acquifera montana della Cisgiordania verso Gaza. I rigorosi divieti, imposti negli ultimi anni da Israele all'ingresso a Gaza di materiali e apparecchiature necessari per lo sviluppo e la riparazione di infrastrutture, hanno causato un ulteriore deterioramento dell'acqua e della situazione sanitaria, che a Gaza ha raggiunto un livello drammatico.

Per far fronte alla carenza d'acqua e alla mancanza di impianti di distribuzione, molti palestinesi sono costretti ad acquistare acqua dalle cisterne mobili, spesso di dubbia qualità e a un prezzo maggiore. Altri ricorrono a varie misure per risparmiarla, pericolose per la salute loro e delle loro famiglie e che ostacolano lo sviluppo socio-economico.

Il fatto che le cisterne siano costrette ad allungare il percorso per evitare i posti di blocco dell'esercito israeliano e le strade vietate ai palestinesi, determina un eccessivo aumento del prezzo dell'acqua. Nelle zone rurali, i contadini palestinesi lottano quotidianamente per procurarsi abbastanza acqua per i loro bisogni primari, in quanto l'esercito israeliano spesso distrugge o confisca le cisterne per la raccolta dell'acqua piovana destinata all'irrigazione. Invece, nei vicini insediamenti israeliani, gli impianti irrigano i campi sotto il sole di mezzogiorno, quando buona parte dell'acqua si perde evaporando persino prima di raggiungere il suolo.
In alcuni villaggi palestinesi, poiché non hanno accesso all'acqua, i contadini non riescono a coltivare la terra né a produrre piccole quantità di cibo per il loro sostentamento o come mangime per gli animali e sono quindi costretti a ridurre la quantità dei capi bestiame.

 

Poi qualcuno parla di lotta al Terrorismo. Ma se non verranno risolti questi soprusi qua e là nel Mondo (quasi tutti appoggiati dalle superpotenze occidentali), difficilmente esso sarà sgominato definitivamente, essendo le ingiustizie e le iniquità sociali, principale causa delle rappresaglie terroristiche.

(Fonti: Unità, Amnesty.it)


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lunedì, 26 ottobre 2009

CONSIGLIO DEI MINISTRI SUBACQUEO NELLE MALDIVE

Il presidente delle Maldive e i suoi ministri si sono riuniti nel primo summit politico subacqueo della storia, nelle acque dell'isola Girifushi, con tanto di giornalisti ed intervista post-riunione una volta emersi dalle acque.
Si è trattato di un atto simbolico per sensibilizzare il Mondo sul problema dell'innalzamento del livello del mare, che minaccia l'esistenza dell'arcipelago. Alcuni studiosi hanno di fatto previsto che il costante innalzamento del livello degli oceani, porterà alla sparizione di quei paradisi naturali tra 80 anni.
In Italia i nostri politici fanno riunioni di sottobanco, ma non ancora sott’acqua.

Ecco il video dello strambo evento:


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mercoledì, 21 ottobre 2009

IL TURKMENISTAN E LA SUA DITTATURA BISLACCA

Un regime dittatoriale si sa, tende a trasformare una Nazione a immagine e somiglianza di chi la instaura: ma il caso del Turkmenistan è alquanto estremo e bislacco.

Il Turkmenistan è uno Stato dell'Asia centrale confinante con l'Afghanistan, l'Iran, il Kazakhstan e l'Uzbekistan, e fino al 1991 ha fatto parte dell'Unione Sovietica.

Dopo il crollo dell’URSS, nel Paese è stata instaurata una dittatura monopartitica fortemente personalistica, fondata come per gli altri paesi dell'area, dall'ex capo locale del sistema sovietico Saparmyrat Nyýazow, che ha detenuto la carica vitalizia di Presidente assoluto fino alla sua morte, avvenuta per infarto il 21 dicembre 2006. In base alla costituzione il Capo di Stato e di Governo è vitalizio e detiene poteri esecutivi, legislativi e giudiziari diretti. L'unico partito esistente è il Partito Democratico del Turkmenistan, che raccoglie politicamente tutto il popolo turkmeno. Ma qui viene il bello.

La Dittatura Turkmena è caratterizzata da un'impronta peculiarmente filosofica, basata sul Ruhnama, il Libro d'Oro, ove Niyazow scrisse le proprie teorie filosofiche e politiche, il cui studio è obbligatorio per accedere a qualsivoglia carica pubblica. In base a detti precetti, il Popolo Turkmeno (Turcomanno) deve preservare al massimo i propri costumi da eventuali corruzioni esterne. Da ciò derivano le leggi che vietano le acconciature di capelli e barbe non tipiche del Turkmenistan, le norme che vietano la diffusione di musiche e libri non turkmeni (tra cui l'opera lirica) e tante altre prescrizioni specifiche. Il culto della personalità del Presidente è coltivato in modo massiccio, attraverso varie iniziative pubbliche. Tra queste: la costruzione in ogni città del Paese di statue d'oro raffiguranti il capo che indica il sole (attraverso congegni ad orologeria le statue sono in grado di seguire i movimenti solari); la modifica del calendario utilizzando nuovi nomi per giorni e mesi, tratti dai nomi della famiglia e della corte del Presidente; la diffusione capillare e iperbolica di immagini raffiguranti il Capo; l'esaltazione dei concetti di famiglia e clan del Presidente, anche attraverso l'inaugurazione di una politica matrimoniale (matrimoni d'alleanza) tra famiglie di alto rango dell'area.

Insomma, una dittatura più pittoresca di tante altre esistenti; ma con un elemento in comune con queste ultime: chi è al potere ammalia e lascia nella povertà il popolo, nonostante il Paese goda di risorse naturali abbondanti, come il tanto agognato gas.


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martedì, 20 ottobre 2009

ATTENTATO IN IRAN. UN “11 SETTEMBRE” AL CONTRARIO?

Quarantanove persone sono rimaste uccise domenica scorsa in un attacco suicida nel sud-est dell’Iran, tra cui sei alti ufficiali dei Pasdaran, tra i quali il Generale Nurali Shushtari (comandante vicario delle forze di terra dei Guardiani della rivoluzione) e il Generale Rajab-Ali Mohammadzadeh (comandante dei Pasdaran per il Sistan-Baluchistan.); decine i feriti.
Un kamikaze, scrivono i mezzi d’informazione iraniani, si è fatto esplodere nella città di Sarbaz, nella provincia del Sistan-Baluchistan, mentre i Pasdaran e notabili di gruppi etnici locali si avviavano a tenere una riunione al fine di favorire una riconciliazione nella popolazione, divisa da tensioni interreligiose tra sciiti e sunniti; secondo testimoni citati dalla televisione iraniana in lingua inglese PressTv, l’esplosione è avvenuta quando i Pasdaran e i notabili locali, appartenenti sia alla comunità sciita sia a quella sunnita, si sono avvicinati ad una esposizione di artigianato locale. Non si esclude che l’attentatore potesse trovarsi tra un gruppo di uomini intento a fabbricare canestri. Mohammad Marzieh, il procuratore di Zahedan, che è il capoluogo del Sistan-Baluchistan, ha detto che l’attentato è stato rivendicato da Jundullah (Soldati di Dio), un gruppo separatista sunnita che negli ultimi anni ha messo a segno altri attacchi e rapimenti di agenti dei servizi di sicurezza iraniani.
Ma i “Guardiani della rivoluzione”, fedelissimi della Guida suprema, ayatollah Ali Khamenei, e dalle cui file proviene lo stesso presidente, hanno affermato in un comunicato che l’attentato è stato compiuto da «mercenari» al servizio dell’”arroganza globale”, alias gli Usa; la televisione di Stato, invece, ha puntato il dito contro la Gran Bretagna. Ma il presidente del Parlamento, Ali Larijani, ha accusato anch’egli gli Stati Uniti di essere gli ispiratori della strage.
Gli USA hanno manifestato il loro cordoglio al Paese guidato da Ahmadinejad, respingendo ogni accusa di aver provocato l’attentato.
Esagererei se dicessi che potrebbe trattarsi di un “11 settembre” al contrario? Ossia ora è un Paese Mediorientale ad orchestrare un attentato ai propri danni, per potersi così dichiarare sott’attacco e in pericolo, e vedersi giustificati sul piano internazionale i propri piani militari e strategici? Avevo già parlato della situazione nella quale si trova l’Iran (link: http://lucascialo.splinder.com/post/21401570/L%E2%80%99IRAN+SI+STA+ATTREZZANDO), e forse simulare un attacco occidentale potrebbe dare un’ulteriore spinta giustificativa al proprio armarsi di nucleare.
Per carità, forse si tratterà davvero di un attentato derivante dal conflitto interno al Paese (e in altre aree del Medio Oriente) tra sciiti e sunniti. Ma non escluderei niente, cercando sempre di andare oltre le notizie che ci vengono confezionate dai media.


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giovedì, 15 ottobre 2009

TURCHIA-ARMENIA VERSO LA RIAPPACIFICAZIONE

Sabato scorso Turchia e Armenia  hanno firmato a Zurigo uno storico accordo che dovrebbe mettere fine a quasi un secolo di recriminazioni per il genocidio degli armeni sotto l’impero ottomano. Ruolo importante  di mediatore è stato svolto dalla Svizzera. Il protocollo, firmato dai rispettivi Ministri degli Esteri dei due Paesi, porterà alla normalizzazione dei loro rapporti diplomatici e commerciali, nonché alla riapertura delle frontiere.

L’UE accoglie con favore questo patto tra i due Paesi, e forse dovrà tenerne presente in sede di decisione relativa alla partecipazione del Paese turco alla Comunità europea, la quale fa registrare ancora molte contrarietà sull’argomento tra i suoi Stati membri, tra cui il nostro Paese.

L’attrito tra i due Stati risale alla prima guerra Mondiale, 1915-1917, quando vi furono massacri e deportazioni di armeni ai tempi dell’Impero Ottomano. Si contano un milione di armeni massacrati e un numero elevatissimo di persone costrette a lasciare il proprio Paese. Solo a partire dal 1991, quando l’Armenia divenne uno Stato indipendente in seguito al crollo dell’URSS, la Turchia ne riconobbe l’indipendenza, ma non vi fu un riavvicinamento concreto poiché gli armeni hanno recriminato un milione di vittime, mentre la Turchia ne riconosceva solo tra le 300 mila e le 500 mila unità.

Passi concreti sono invece avvenuti a partire dal 29 aprile 2005, quando Ankara ha annunciato la possibilità di stabilire relazioni politiche con l’Armenia, e ha proposto l’istituzione di una commissione congiunta di storici per indagare sui massacri. Di lì vi sono stati altri passi, soprattutto dovuti alla spinta di uomini d’affari di entrambi i Paesi ai quali interessa la riapertura delle frontiere tra i due Stati.

Insomma, come spesso è successo durante la storia, è il commercio a smuovere la diplomazia, più del buon senso e il riconoscimento delle proprie colpe tra gli Stati.


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